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Canto III


Siamo verso la sera dell’8 aprile di venerdì santo del 1300. Siamo nell’Antinferno, dove sono gli ignavi, i quali non scelsero né il bene né il male, corrono dietro ad un vessillo, pungolati da vespe e da mosconi, il vessillo rappresenta il simbolo di una scelta precisa che non hanno mai fatto e quindi camminano su un tappeto di vermi che raccolgono il sangue che fuoriesce dalle punture. Abbiamo visto Dante timoroso e pieno di paura, ora invece lo ritroviamo molto duro e forte contro questo tipo di peccatori. Dante è umano e disposto al perdono, si impietosisce persino, ma ciò non accade con gli ignavi, non ha alcun tipo di comprensione nei loro riguardi. Sono così numerosi che anche Dante se ne stupisce. Egli sono così indegni che nemmeno l’Inferno li accetta e sono quindi costretti a rimanere fuori, sulla soglia. Dante non riconosce nessuno, o non vuole riconoscere nessuno, fa solo menzione di “colui che fece il gran rifiuto”. I primi critici della Commedia pensarono a Celestino V, un’eremita che si chiamava Pietro da Morrone, nato a Molise intorno al 1210 e fatto pontefice intorno al 1294, ma abdicò facendo così strada a Bonifacio VIII, nemico di Dante, di Firenze e dell’Impero. La tradizione antica dice che Pietro era molto amato da Firenze ed era considerato quasi un santo per la sua umiltà. Altre ipotesi si riferiscono a Ponzio Pilato, altri ancora parlano di Esaù, che per un piatto di lenticchie cedette il diritto di primo genitura al fratello Giacobbe.
Guardando oltre, Dante scorge un fiume e una gran folla di anime che aspetta di essere traghettate, maledicendo Dio. Questo è l’Acheronte, il primo fiume infernale che segna il confine tra gli ignavi e il primo girone. L’origine di questo fiume deriva dal mito greco e arriva a Dante tramite la mediazione di Virgilio, il quale lo descrive nel sesto libro dell’Eneide. Secondo Dante, le acque sono generate dal dolore umano sotto forma di lacrime umane che sgorgano dalla statua del veglio di creta, un vecchio che rappresenta l’umanità intera.
Ecco venire verso i due poeti un vecchio dalla lunga barba bianca, su una barca, gridando di allontanarsi da lì, essendo un’anima ancora in vita. Virgilio si rivolge a costui, Caronte, dicendo che ha il permesso Eterno di essere lì e lui doveva solo obbedire e non opporre resistenza. Caronte è una figura del mito greco ed è la figura della morte, il traghettatore delle anime. Per pagare la tratta i morti davano lui un obolo (una moneta) e da qui l’usanza di mettere una moneta nella bocca del defunto. Virgilio ce lo rappresenta come un personaggio simile, con il nome di Karunt, della religione etrusca, che rappresenta lo spirito della morte, rappresentati con un martello e il corpo avvolto da serpenti.
Il demonio Caronte, con gli occhi di brace, raccoglie le anime e colpisce con il remo chiunque di loro si abbandoni. Virgilio spiega che tutti coloro che muoiono nella maledizione di Dio, si radunano su questa riva e sono desiderosi di attraversare il fiume per volere della giustizia divina: la paura si trasforma in desiderio. Dopo ciò la terra tremò molto forte, un vento si levò in aria, spegnendo tutti i sensi di Dante che cade a terra come corpo morto cade preso dal sonno.
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