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Virgilio è per Dante simbolo della ragione che cede davanti alla fede, principio inaccettabile per un miscredente come Guido. Più probabilmente “il cui” è riferito a Beatrice personaggio della Teologia che Guido, essendo laico ha rifiutato di seguire. Le domande si susseguono incalzanti, determinate dall’amore paterno che improvvisamente vede il suo sospetto concretizzarsi; la temuta more del figlio gli appare certa. Dante è stupito dall’ignoranza che i dannati hanno del presente e indugia nel rispondere a Cavalcante, che interpreta il silenzio come un luttuoso annuncio. La conclusione secca dell’incontro con Cavalcante riapre la scena su Farinata. La sospensione sembra aver lasciato spazio alla riflessione: il dialogo tra Farinata e Dante ora assumerà toni più profondi e meditati. Subentra il patimento per l’esilio, la rievocazione della battaglia di Montaperti e soprattutto il comune amor di patria. Farinata riprende il discorso dall’ultima battuta di Dante in cui aveva ricordato la condanna al bando che gravava sugli Uberti. Farinata pronuncia qui una delle più celebri profezie sul destino di Dante. Già Ciacco aveva annunciato oscure disgrazie ma qui le parole assumono un peso particolare per l’autorevolezza del personaggio. Le profezie sull’esilio del poeta si articolano lungo tutto il poema e troveranno completa chiarificazione solo in Paradiso. Qui il linguaggio è quello volutamente oscuro che si adatta alla profezia e al presagio. Farinata avverte dunque che non passeranno cinquanta mesi lunari dall’aprile dell’anno 1300, data del viaggio dantesco, che il poeta sperimenterà di persona quanto sia difficile tornare in Firenze dopo la sconfitta. Cinquanta lunazioni corrispondono a quattro anni, quando i Bianchi in esilio tenteranno di rientrare in Firenze, ricorrendo inutilmente alle armi. Virgilio ritiene concluso il dialogo con Farinata: Dante ha potuto apprendere ormai quanto gli è utile per la sua vita morale e per la crescita spirituale. L’incontro con Farinata ha sconvolto l’animo di Dante sia per l’annuncio dell’esilio sia per la considerazione che anche il più valoroso operato politico a nulla servono se sono fine a se stesse.

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