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Contemporaneamente alla composizione del Convivio, Dante inizia la stesura del De vulgari eloquentia, un trattato in volgare italiano che affrontava il problema della sua unità. L'opera fu scritta in latino e fu rivolta a quei dotti per i quali era inconcepibile una lingua diversa dal latino. Nel primo libro Dante definisce il volgare una lingua naturale, poiché i bambini lo apprendevano nei primi anni di vita direttamente dalla madre. Questa lingua è ben diversa dalla grammatica del latino letterale. Dante racconta come da una situazione di confusione iniziale, e si sono poi arginati tre differenti forme di volgare: settentrionale, meridionale e orientale. Per quanto riguarda il volgare meridionale, Dante distingue tre sottogruppi: la lingua doc, d'oil ed infine la lingua del si.
In particolare, per quanto riguarda la situazione in Italia, Dante ci parla di quattordici dialetti, rispettivamente sette a desta e sette a sinistre dell'Appennino. Per studiare le varie forme di dialetto, nasce la dialettologia, ovvero una scienza all'ora sconosciuta. Dante attribuisce alla lingua volgare una serie di aggettivi tra cui: illustre, ovvero capace di dare luce a chi lo utilizza; cardinale, ovvero deve avere la funzione di punto di riferimento di tutti gli altri dialetti; aulico e curiale, ovvero deve diventare la lingua ufficiale di corte. Il poeta ritiene che nessuno dei vari dialetti in Italia possa diventare lingua nazionale, poiché in Italia manca una corte adeguata al suo sviluppo. Nel secondo libro, invece, Dante ci parla di tre diversi stili che sono: comico, riferito al volgare familiare; tragico, riferito alle tematiche dell'amore e delle armi; elegiaco, segue il volgare più umile.

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