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Dante Alighieri: Se vedi li occhi miei di pianger vaghi (da Rime)


Testo


Se vedi li occhi miei di pianger vaghi
per novella pietà che ’l cor mi strugge,
per lei ti priego che da te non fugge,
Signor, che tu di tal piacere i svaghi:

con la tua dritta man, cioè, che paghi
chi la giustizia uccide e poi rifugge
al gran tiranno, del cui tosco sugge
ch’elli ha già sparto e vuol che ’l mondo allaghi;

e messo ha di paura tanto gelo
nel cor de’ tuo’ fedei che ciascun tace.

Ma tu, foco d’amor, lume del cielo,

questa vertù che nuda e fredda giace,
levala su vestita del tuo velo,
ché sanza lei non è in terra pace.


Parafrasi


Se vedi i miei occhi desiderosi di piangere
Per una nuova angoscia che mi affligge il cuore,
ti prego in nome di colei che da te non è mai separata,
o Signore che tu li distolga dalla voglia di piangere:

con la tua mano giusta [ti prego] di punire
chi uccide la giustizia e cerca rifugio
presso il grande tiranno di cui bene il veleno
che egli ha già diffuso e cui vuole allagare il mondo;

ed ha infuso tanta paura
nel cuore dei tuoi fedeli che nessuno osa protestare,
ma tu, [Signore che sei] fuoco di carità e luce del cielo,

questa virtù [la Giustizia] che giace fredda e nuda in terra,
risollèvala ricoprendola con la tua gloria,
perché senza di lei in terra non ‘è pace.

Commento


Il sonetto è l’unico testo poetico in cui Dante introduce un tema politico con dei riferimenti ben precisi a personaggi storici del tempo.
Si tratta di una preghiera rivolta a Dio affinché egli intervenga per liberare il mondo dall’ingiustizia e vi riporti la pace, colpendo con la sua punizione il papa Clemente V e il re di Francia Filippo il bello, il primo perché ha costantemente infranto la giustizia associandosi con il secondo il quale ha un comportamento da tiranno. Il tema della giustizia è affrontato anche in un,altra composizione poetica, scritta forse nel 1302, dal titolo “Tre donne intorno al cor mi son venute”, con una dimensione molto più autobiografica.
La prima quartina introduce una nota personale del poeta: sulla regna l’ingiustizia e questo provoca in Dante una forte angoscia da cui egli chiede a Dio di essere consolato. In pratica, egli si identifica con lo spirito stesso della giustizia perché ha sofferto tante ingiustizie (il sonetto è stato scritto fra il 1305 e il 1314): egli si angoscia e soffre nel vederla calpestata proprio da coloro che hanno il compito di garantirne la presenza ovunque.. Pertanto si nota una contrapposizione fra Dio e la Giustizia da un lato e Clemente V e Filippo il bello dall’altro in mezzo ai quali Dante colloca se stesso come esempio dell’ingiustizia terrena.
Dalla seconda quartina in poi, il tono del sonetto diventa più elevato, da dimesso e confidenziale quale è nei primi quattro versi. L’innalzamento avviene tramite l’uso di numerose metafore finalizzate a dipingere l’iniquità che sta regnando sulla terra: chi la giustizia uccide……. del cui tosco sugge……. vuol ch’l mondo allaghi…. messo ha di paura tanto gelo …[la Giustizia] che nuda e fredda giace, cioè
• l’assassino della Giustizia è la metafora di Clemente V,
• il tiranno che offre il suo veleno all’assassino è l’immagine di Filippo il Bello presso il quale, ad Avignone il papa si era rifugiato,
• i misfatti e le ingiustizie fatte da Filippo il Bello sono rappresentate metaforicamente da un’inondazione,
• la metafora dell’inverno che porta i gelo rappresenta il cuore di coloro che si rendono conto ciò che sta succedendo, ma, per la tanta paura, non hanno il coraggio di ribellarsi
• il corpo giace freddo e nudo sotto terra è la metafora della Giustizia, orma abbandonata
Nell’ambito del suono, è da notare l’ allitterazione delle consonanti l, v, s e t al v. 13: «levala su vestita del tuo velo».
L’ultima terzina costituisce una progressione del sentimento di angoscia espresso nei primi versi e un’amara constatazione che la terra non potrà trovare pace se prima non ci sarà giustizia.
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