Concetti Chiave
- La scoperta di nuovi biomarcatori richiede spesso un lungo processo di ricerca prima di poter essere applicati nella pratica clinica.
- Solo una trentina delle 100.000 molecole proposte come biomarcatori riesce a entrare nella pratica clinica, evidenziando l'alta selettività del processo.
- Le difficoltà nel passaggio alla pratica clinica possono derivare da fattori economici e tecnici, oltre alla mancanza di corrispondenza tra risultati sperimentali e umani.
- La sperimentazione clinica per i biomarcatori si articola in tre fasi, dove la fase 3, con un numero elevato di volontari, è cruciale per l'approvazione.
- Qualsiasi metodo diagnostico deve essere approvato da enti regolatori come EMA e AIFA; l'uso di tecniche non validate è considerato un reato.
Indice
Scoperta e applicazione dei biomarcatori
Quando si scoprono nuovi biomarcatori, non sempre è possibile applicarli alla pratica clinica in modo rapido. Mentre alcuni di questi hanno infatti un percorso relativamente immediato, altri necessitano uno studio in laboratorio che richiede molta ricerca, e quindi molto tempo.
Si stima che su 100.000 molecole proposte come biomarcatori, solamente una trentina entrino effettivamente nella pratica clinica (prescritti come esami a distanza di anni). Negli ultimi vent’anni meno di 15 nuovi biomarcatori sono entrati nella pratica clinica e hanno effettivamente cambiato l’iter decisionale.
Questo accade principalmente per due ragioni:
- spesso, semplicemente per opportunità; può capitare, ad esempio, che un determinato biomarcatore possa essere molto costoso, che non si abbiano gli strumenti adatti perchè la ricerca dello stesso possa essere introdotta in laboratorio come pratica di routine (ci possono essere problemi tecnici che non permettono di dosarlo su ampia scala).
Problemi nella sperimentazione umana
- secondariamente, perchè un biomarcatore che sembra indicativo e utile in fase sperimentale, si rivela poi non indicativo sull’uomo. Gli studi, per biomarcatori ma anche per nuovi farmaci, cominciano in laboratorio con una fase preclinica, che vede un’applicazione su colture cellulari, successivamente la ricerca su animali, ed infine la sperimentazione nell’uomo. Uno dei problemi che blocca più frequentemente la ricerca in fase finale è che non è detto che ciò che si trova nel modello animale corrisponda e funzioni ugualmente nell’uomo. Per quanto questi modelli possano essere assimilabili (e spesso in ricerca sono fondamentali), non sempre vi è una totale corrispondenza. Ad esempio il SARS-CoV-2 che infetta l’uomo, origina dal pipistrello che, quando infetto, non manifesta nessun sintomo (e umani e pipistrelli condividono il 97% del genoma). Analogamente, animali come cani e gatti possono essere infettati da questo agente patogeno, ma non presentano sintomi. Nell’uomo invece causa (come sappiamo) una patologia.
Fasi della sperimentazione clinica
La fase di sperimentazione nell’uomo prevede tre fasi, dopo le quali si passa a un monitoraggio a lungo termine.
· fase 1; è solitamente ristrettissima, prende una cerchia piccolissima di volontari, si tratta di una sperimentazione rapida,
· fase 2; viene aumentato il numero di volontari,
· fase 3; è su ampia scala, da 10-100 mila volontari. È una fase in cui si ha già una maggiore sicurezza.
In genere un progetto di ricerca che passa alla fase 3 al 99% viene approvato e entra in pratica clinica.
Regolamentazione e approvazione dei vaccini
Qualsiasi tipo di terapia o metodo diagnostico per poter passare alla pratica clinica necessita un’approvazione. I vaccini per il Covid-19, prima di poter essere utilizzati, devono passare al vaglio dell’EMA e dell’AIFA, per poi essere approvati. Il vaccino Sputnik, attualmente somministrato a San Marino, non può essere utilizzato al di fuori del territorio, in quanto non approvato dall’EMA. Questo significa che se qualcuno si recasse a San Marino, comprasse il vaccino e poi lo somministrasse in territorio italiano commetterebbe reato. Un discorso analogo può essere applicato alle tecniche di laboratorio non validate per il dosaggio di biomarcatori; se si effettua diagnosi tramite queste, si commette reato. Anche se non approvato, per essere utilizzato deve quanto meno passare la valutazione di un comitato etico.
Domande da interrogazione
- Perché non tutti i biomarcatori scoperti entrano rapidamente nella pratica clinica?
- Quali sono le fasi della sperimentazione clinica per i biomarcatori?
- Quali problemi possono sorgere durante la sperimentazione umana dei biomarcatori?
- Qual è il processo di approvazione per i vaccini, come quelli per il Covid-19?
- Cosa comporta l'uso di tecniche di laboratorio non validate per il dosaggio di biomarcatori?
Solo una trentina su 100.000 molecole proposte come biomarcatori riescono a entrare nella pratica clinica, a causa di costi elevati e problemi tecnici che ostacolano la loro applicazione su larga scala.
La sperimentazione clinica si articola in tre fasi: fase 1 con un numero ristretto di volontari, fase 2 con un numero maggiore, e fase 3 su ampia scala, dove un progetto che raggiunge questa fase ha il 99% di probabilità di essere approvato.
Un biomarcatore che appare utile in laboratorio può rivelarsi non indicativo nell'uomo, poiché i modelli animali non sempre corrispondono perfettamente alla risposta umana, come dimostrato dal caso del SARS-CoV-2.
I vaccini devono essere approvati dall'EMA e dall'AIFA prima di essere utilizzati; ad esempio, il vaccino Sputnik non può essere somministrato al di fuori di San Marino poiché non è approvato dall'EMA.
Utilizzare tecniche non validate per la diagnosi di biomarcatori è considerato un reato, poiché ogni metodo diagnostico deve passare attraverso un processo di approvazione e valutazione etica.