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Doxorubicina




La doxorubicina, un farmaco antitumorale, se somministrata per via endovenosa o come bolo (sotto cute) può causare effetti collaterali a livello del cuore e dell’intestino, se invece viene incapsulata in nanoparticelle/esosomi/liposomi (formati da un doppio strato fosfolipidico) può restare in circolo e attaccare le cellule neoplastiche senza provocare troppi danni al tessuto sano.
Nello zebrafish gli scienziati hanno veicolato la doxorubicina con esosomi derivanti da cellule endoteliali del cervello perché nel modello animale questi esosomi dovevano superano la barriera emato-encefalica (BEE) per curare un tumore cerebrale. È stato quindi fondamentale che le cellule endoteliali provenissero dal cervello perché la BEE regola il selettivamente il passaggio sanguigno di sostanze chimiche da e verso il cervello. Per valutare l’efficacia del farmaco si è controllato il livello del VEGF, la proteina che induce la vascolarizzazione e la cui produzione eccessiva è un marcatore di crescita di tumori solidi: i ricercatori compresero quindi che con gli esosomi, a differenza che con le nanoparticelle, diminuiva il valore del VEGF.
Quindi riassumendo i lisosomi possono essere isolati da vari fluidi corporei, grazie alle CD è possibile indentificarne l’origine e distinguerli, l’analisi delle molecole in essi contenuti può fornire importanti informazioni di tipo diagnostico e progronistico e possono essere utilizzati come veicoli di molecole terapeutiche.