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Il giovane favoloso


Tra immaginario e realtà. Il film il giovane favoloso è la parafrasi perfetta della vita del grande intellettuale italiano Giacomo Leopardi, attraverso la quale facendo parlare le poesie dello scrittore di Recanati, si cerca di ripercorrere i suoi passi, dall’infanzia fino alla dolorosa morte per colera avvenuta nel 1837, tra le braccia del suo grande amico Ranieri.
Il titolo lo si deve a un passo del libro “Da Moby Dick all’Orsa Bianca- Scritti sulla letteratura e sull’arte” di Anna Maria Ortese, la quale recandosi in pellegrinaggio sulla tomba del grande poeta affermò “[…] così ho pensato di andare verso la Grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme, da cento anni, il giovane favoloso.” Un giovane straordinario, inconsueto, lontano dall’immaginario di qualunque uomo, si presenta Leopardi, che, sin dalla tenera età, ha mostrato, di non essere un giovane comune. Il suo uno studio ”matto e disperatissimo”, che il regista Mario Martone rappresenta in una maniera a dir poco precisa e coerente alla reale infanzia leopardiana. Alcuni critici nella figura di Giacomo Leopardi ritrovano addirittura la figura del musicista austriaco Wolfgang Amadeus Mozart, il quale, durante l’età infantile, dedicava grande parte della giornata all’esercizio e alla coltivazione del virtuosismo, che l’ha contraddistinto durante il resto della sua vita. Infatti, come Leopold, padre di Mozart, anche il conte Monaldo faceva si che suo figlio passasse gran parte del tempo nella biblioteca del palazzo, intento allo studio e all’ampiamento della sua cultura, ed esempio di ciò, è la scena nella quale Giacomo è intento alla traduzione ad impronta di testi classici con il suo precettore.
Questo studio, in aggiunta al il comportamento ossessivo della madre Adelaide, disegna le pareti di una prigione e fa si che il giovane Leopardi sviluppi un atteggiamento pessimistico che trapela dai versi delle sue poesie, delle sue note autobiografiche, raccolte nello “Zibaldone”, ma anche attraverso le sue lettere, che dunque saranno fonte di ispirazione per la filosofia di personalità a lui successive, come ad esempio Nietzsche e Kierkegaard, che attraverso la lettura degli scritti leopardiani, svilupperanno un pensiero tragico, come la fase wagneriana e nichilista di Friedrich Nietzsche. Questa oppressione porterà più volte Leopardi al tentativo di fuga dal nido familiare, in cerca di indipendenza e di autonomia.
Il regista, inoltre, pone particolare attenzione alle relazioni che Leopardi sviluppa, sia con i letterati del suo tempo, come Giordani e Ranieri, ma anche tentativi di relazioni amorose con Teresa Fattorini, per la quale si prospettava un amore platonico a causa della differenza di ceto sociale tra i due, e alla quale dedicò “A Silvia”, e con Fanny Torgiani Tozzetti, donna che lo illuse e lo maltrattò. Questo maltrattamento apportato dalla dama fiorentina è rappresentato da Martone attraverso la finzione scenica, nella quale la donna si diletta con il caro amico di Leopardi, Antonio Ranieri.
Nonostante questo tradimento della fiducia di Giacomo, Ranieri sarà compagno di vita del poeta e lo accompagnerà fino alla morte, che lo colse a Napoli, città natia di Ranieri. Poco prima di questo infausto evento, Leopardi comporrà la sua ultima opera che termina la raccolta dei “Canti: “La ginestra”. Poesia che racchiude tutto il suo pensiero, il suo pessimismo, ormai divenuto cosmico, la storia, la natura, l’esperienza umana e il cosmo in un unico scorrere di idee che termina con il silenzio, il silenzio della morte. La scena non è presente nella pellicola, ma è traspirazione dei versi del suo ultimo scritto, che Mario Martone ha deciso di inserire come con conclusione ultima della sua opera. Egli con la ginestra invita gli uomini a guardare in faccia la durezza della propria condizione materiale, tenendo accesa la speranza in un miglioramento della convivenza civile.
Una ricerca interminabile della verità universale. Questo è il filo conduttore dello sceneggiato del regista Martone, che afferma l’importanza dell’adoperare le stesse parole leopardiane come via dello svelamento di quest’uomo libero di pensiero , ironico e allo stesso tempo anche spregiudicato, da un punto di vista sociale e lavorativo. Un uomo di così grande cultura che i suoi contemporanei e colleghi del giornale fiorentino “L’Antologia” lo paragonavano a un nuovo Manzoni per le sue grandi capacità. Citando proprio Martone, “Il giovane favoloso” vuole essere la storia di un’anima, che ha provato a raccontare, con tutta libertà, con gli strumenti del cinema.
Un’opera cinematografia, questa, a dir poco eccezionale che deve tutto a una ricerca approfondita delle opere leopardiane, scrigno del suo pensiero, ma soprattutto alla scelta dei luoghi nei quali sviluppare la trama, poiché tra le numerose città da Leopardi visitate, vi è la scelta di vivere solo Firenze, Roma, Napoli e Recanati, centri focali della breve vita dell’autore, per quanto riguarda gli intrecci sociali e passionali del poeta. Gran merito lo si deve anche alla grande interpretazione del personaggio di Leopardi di Elio Germano, che nonostante la complessità del tratto psicologico da dover imitare, si è dimostrato degno e all’altezza di ciò.
In conclusione, riportando una battuta di Germano, nella figura di Leopardi, “Non ho bisogno di stima o di gloria o di altre cose simili. Ho bisogno di amore, di entusiasmo, di fuoco, di vita!”, la passione è la sorgente dell’esistenza umana e solo vivendo le proprie emozioni l’uomo vive, proprio come Giacomo Leopardi ha vissuto, soggetto a un turbine di passione che l’hanno reso più fragile di quanto la malattia lo aveva reso.
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