Sintesi e commento "Galileo", diretto da Liliana Cavani


Presentato da una serie di diatribe filosofiche tra scienziati dell'epoca, il film inizia all'Università di Padova dove Galileo Galilei si trova in veste di insegnante di fisica.
Qui viene per la prima volta posto sotto l'influenza delle tesi astronomiche di Giordano Bruno e Copernico sul Sistema Solare, che iniziano a circolare insinuandosi tra i banchi e nelle menti dei giovani studenti. Durante il soggiorno padovano gli viene donato da un amico, Sarpi, un rudimentale binocolo che potenzia, permettendo così la scoperta di nuovi corpi celesti: i satelliti, e quindi della reale natura della Luna. Così attraverso lunghi studi, Galileo si convince che la Terra non sia nè immobile, nè il centro dell'Universo, anzi, che lo sia il Sole.

Così, si reca a Roma nel 1616 per mostrare a Papa Urbano VIII e ai cardinali a lui più vicini, le sue scoperte rivoluzionarie. Queste però non sono da tutti ben accolte: viene invitato, infatti, dal cardinale Bellarmino e dal Papa stesso a soprassedere a tali studi, causa l'evidente contrasto con le tesi teologiche.
Ma Galileo, tornato a Firenze, continua le sue ricerche e si decide, finalmente, a pubblicare un libro da tempo in fase embrionale: "Dialogo sui massimi sistemi del mondo".

Giunge così una denuncia che porta all'immediata sospensione della stampa dell'opera, al sequestro e al rogo di tutte le sue copie e all'arresto di Galilei, che nel tentativo di liberare la scienza dalle catene del potere ecclesiastico, era diventato una sorta di pericolo pubblico, un eretico. Portato a Roma da una scorta papale viene recluso in una cella monacale e sottoposto ad una serie di insistenti interrogatori in cui lo scienziato si rifiuta fermamente di confessare il falso. Ma, infine, intimorito dalle minacce di tortura fisica, Galileo, dinanzi al tribunale dell'Inquisizione, recita e firma una solenne abiura.

Il film, realizzato nel 1968 dalla regista Liliana Cavani, riesce in due intenti fondamentali: omaggiare la vita e le scoperte di un grande scienziato italiano con un degno tributo; e, al contempo, focalizzare l'attenzione dello spettatore sui conflitti a cui la scienza che, nel suo progedire incessante, può portare con sè (una tematica di certo ancora attualissima).

Il film diventa così un atto di accusa contro il terrorismo culturale controriformistico, che murò il progresso scientifico minimizzandolo alla condizione di fattore politico. Un episodio emblematico dello scontro tra
la libertà di ricerca e il diktat imposto dalla Chiesa.

A questo intento rappresentativo collaborano anche le sceneggiature finali che si caricano di forti simbologie atte a interpretare il climax emotivo ascendente. Infatti, durante il lungo processo, un'insolita inquadratura segue il movimento irrequieto di una scimmia in gabbia: metafora dell'impotenza dell'imputato e derisione che il Tribunale riserva a Galileo.
Inoltre, nel momento della lettura dell'abiura, aumentano le riprese dal basso verso l'alto dell'aula in cui le figure clericali incombono. Il tutto evidenzia sapientemente la grande sproporzione, il grande abisso che divide le due posizioni, che sa di senso di oppressione: quello che pare racchiudere tutto il film.

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