Mongo95 di Mongo95
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Nella sura seconda viene affrontato anche l’ambito teologico, principalmente in due versetti.
Nel primo, Dio viene descritto come “ampio e sapiente” (questione inquadrabile nel discorso dei Bei nomi di Dio). Si afferma che a Lui “appartiene Oriente e Occidente”. Si potrebbe interpretarlo con il fatto che Dio è talmente grande che ogni cosa gli è sottomessa, quindi oriente e occidente nel senso cosmico di tutto ciò che c’è sulla Terra. Alcuni commentatori lo intendono invece come un riferimento alla preghiera: ovunque ci si trova, è possibile pregare. Un famoso hadith racconta che Maometto avrebbe detto che “tutto il mondo è una moschea”. La questione è quindi abbastanza sentita nel credo musulmano: il credente non si sente obbligatoriamente vincolato a pregare in moschea, nemmeno nel caso della preghiera rituale (salat). Secondo il testo coranico, il credente è quindi autorizzato a pregare anche se non riesce a calcolare bene la direzione della Mecca.
In ogni caso, si afferma che “il volto di Dio è presente ovunque ci si volti”. Si tratta di un attributo antropomorfico, ma come può Dio avere un corpo? Se però il Corano è parola letterale di Dio, allora Egli deve avere un corpo, secondo quanto qui affermato. Però Dio è spirito. Per forza di cose allora bisogna rivolgersi ad una spiegazione metafisica.

La setta degli haswiyya ha sostenuto che Dio è un corpo come quello umano, come ciascuno di noi, e con esso siede su di un trono. Bisogna in ogni caso premettere che le religioni monoteiste hanno inevitabilmente un sottofondo antropomorfico, perché Dio è concepito come un essere volente, un essere vivente, una persona.
Contestante l’interpretazione metafisica del volto: metafora con cui si intende l’essenza di Dio.

Nel secondo versetto, il “versetto del trono (kursi)”, si va ad analizzare la sua prima parte:
Allah la illah illa huwa al-hayy al-qayyum

a. Allah: tale termine viene tradotto con “il Dio”. Praticamente è “ilah” (“Dio”) con l’articolo, cioè si ha al-ilah e poi, tramite crasi, Allah. Molto importante come nome, in quanto su 6400 versetti coranici compare oltre 2600 volte.
b. la illah illa: è grosso modo la prima parte della professione di fede: “non c’è dio, se non”. Riferendosi ad essa, il teologo Hanafi afferma che la formula è per metà negativa e per metà positiva: si ha prima la negazione, la professione di fede islamica impone la negazione dei falsi dei (la illah), come potere, denaro, sessualità sfrenata, tutto ciò che di falso esiste nel mondo contemporaneo e gli uomini adorano; a cui segue l’affermazione del vero e unico Dio (illa Allah).
Hanafi, dottorando alla Sorbona, si è formato sulla fenomenologia di Husserl e l’ha introdotta nel mondo arabo. Su questa base, avanza la proposta teologica di effettuare l’epoché su Dio, cioè “sospenderne” l’esistenza per considerarlo come un concetto puro, o meglio, un telos. Afferma: “Dio non ha realtà. Dio è praxis”. Dio è il telos dell’azione umana, noi uomini Lo viviamo come qualcosa che ci domina ontologicamente, ma effettuando l’epoché sulla sua esistenza lo consideriamo come lo scopo della nostra azione sociale. L’importante è la prassi: lottare per il cambiamento della società, negando i falsi dei e affermando il vero Dio, il quale però non è entità ontologica, ma un telos, l’oggetto del nostro agire. Quando Hanafi dice che Dio non ha realtà, non vuole dire che non esiste, ma afferma ciò solo per fare in modo che il suo peso ontologico venga indebolito, così che non ci sia un condizionamento metafisico sull’idea di Dio. Perché essa è fondamentalmente telos, intenzione. Non ha quindi una realtà ontologica che “pesa”, come per esempio l’idea dell’essere di Aristotele. Inoltre, da un punto di vista musulmano, il fatto che Dio esista è un dato di fatto.

La proposta di Hanafi è di smetterla di interrogarsi sull’essenza di Dio, dato che essa è inconoscibile. Bisogna invece interrogarsi sull’uomo, quindi tradurre la teologia in antropologia. La scienza di Dio deve diventare la scienza dell’Uomo. Hanafi quindi interpreta la fenomenologia in chiave antropologica, non negando l’esistenza di Dio, ma “mettendola tra parentesi”
c. huwa: “Egli”. L’arabo, in quanto lingua semitica, non conosce la funzione copulativa del verbo essere. Nella “Bibbia dei 70”, scritta in greco e quindi con possibilità copulativa, durante l’episodio del roveto ardente Mosè si sente rispondere: “ego sum, qui sum”. L’ebraico non può dire la stessa frase in modo copulativo, quindi il testo tradizionale greco, e poi latino, si fonda su una frase copulativa non originale, il cui significato sarebbe diverso. Da questo disguido poi nasce tutta la metafisica occidentale, da una frase “fasulla”, interpretata secondo un altro sistema linguistico. “Ego sum, qui sum” e riconducibili alla formula “io sono io”, cioè la tautologia parmenidea A=A, la formula di identità.

Nell’Islam si ricorre allo stesso sotterfugio, perché nella struttura “io sono io” si dissolve la copulatività. Si afferma allora “huwa huwa”, cioè “egli egli”. Si tratta dell’ipseità, cioè la huwiyya. La divina ispeità significa che Dio è se stesso, e su questo concetto si costruise tutta la metafisica.
Ghazali, commentando il “versetto della luce”, scrive la frase:
kama la ilah illa huwa - la huwa illa huwa
Viene tradotta in: “Come non c’è divinità se non Lui, (così) non c’è Lui se non Lui”.
È la massima espressione dell’ipseità, della metafisica musulmana. In questa definizione non si usa la parola Allah, ma solamente il termine huwa. Ciò accade perché la parola Allah rimane sulla superificie, è pura esteriorità, mentre l’essenza metafisica è huwa: Egli, un’affermazione, e non può essere intesa che in questo senso in arabo (“Egli è”). Dire huwa significa affermare l’esistenza di Dio. La ripetizione del termine poi (huwa huwa), è come dire che “Egli è l’esistenza”. Si esprime la categoria dell’esistenza collocandola direttamente nel soggetto Egli: Dio è a priori esistente, in caso contrario si andrebbe a contraddire la definizione (è quindi una forma di prova ontologica). Questa dimostrazione non si potrebbe fare, perché in arabo manca la formula copulativa, quindi si ricorre all’affermazione di Ghazali. Egli stesso dice che la sua prima parte è la professione di fede dell’incolto (non ci sono dei se non Dio), mentre la seconda è la professione dei sapienti (Dio è l’esistenza).
Usare il termine “ilah” è utilizzare e introdurre una categoria che aggiunge qualcosa all’idea di Dio, a cui però non si può aggiungere nulla, come accade appunto nella seconda parte della frase: huwa huwa.

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