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I sacrifici umani

Nella Bibbia si racconta che il patriarca Abramo ricevette da Jahvè l’ordine di salire sopra un monte e di sacrificare il proprio figlio Isacco. E’ il suo unico figlio, ma Abramo non ha esitazioni: arriva sulla cima del monte, ammassa una catasta di legna per la pira su cui bruciare il figlio, lo fa salire e si accinge a ucciderlo, ma, quando già il coltello è sollevato per il colpo fatale, Jahvè gli ferma la mano. Da allora, gli Ebrei sacrificheranno a Dio non più esseri umani bensì animali.
Il racconto biblico si riferisce all’uso di compiere sacrifici umani, nella specie praticato dai Semiti ma in uso anche presso altri popoli, per esempio i Celti e i Germani.
In una parte diversa del mondo questi sacrifici sono attestati tra gli Aztechi del Messico. Anche i Greci – che in epoca storica vedevano con orrore questa pratica, considerandola il culmine della barbarie – in età arcaica non ignoravano la pratica del sacrificio umano: nell’Iliade si legge che, durante i funerali dell’amico Patroclo, il celebre eroe Achille sgozzò sulla sua pira funebre dodici prigionieri troiani.

Anche a Roma il sacrificio umano era noto: l’ultima volta esso fu celebrata durante la Seconda Guerra Punica (218-202 a.C), quando in un’occasione di estremo pericolo vennero sepolti vivi due prigionieri. Il senso del sacrificio umano è infatti preciso: nutrire gli dèi con il sangue di un uomo, in modo da incrementare la loro magica energia che protegge la comunità; oppure placare la loro collera con un’offerta preziosa.

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