Mongo95 di Mongo95
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La questine dell'opinione (fatwa) è piuttosto intricata. L’opinione di carattere legale, che arriva dall'alim (di solito c'è ne uno specifico, mufti), non è però una sentenza, non ha carattere vincolante, non esiste un corpo di polizia che va a metterla in pratica, è piuttosto un giudizio di tipo morale-tecnico. È sempre e solo lo Stato poi che decide cosa fare, è esso che decide la legge. Chi mette in pratica una fatwa però, in linea teorica, non viene condannato dallo Stato. Il problema è che nei Paesi musulmani contemporanei non esiste più una Giurisprudenza di totale origine religiosa, quindi si hanno sistemi giuridici ibridi, con situazioni diverse.
Da tutto ciò si deduce che l’Islam non è una teocrazia. “Teocrazia” significa “governo di Dio”, ma è evidente che Dio non governa direttamente, ma solo attraverso la mediazione umana di coloro che applicano la sua Legge. La teocrazia impone l’esistenza di un clero organizzato e di una dogmatica specifica. Nell’Islam gli uomini sono impegnati a realizzare sulla Terra la Legge di Dio, ma non esiste una dogmatica imposta, l’autorità religiosa è molteplice (anche nello sciismo). Inoltre l’autorità religiosa non implica la rivendicazione di un potere politico. Come diceva al-Ghazali: “religione e potere sono sorelle gemelle”. La prima fornisce la base etica su cui il secondo si regge, il secondo protegge e difende la religione. Vi è un parallelismo, il collaborare e il sostenersi a vicenda.

Nell’Islam è molto difficile definire che cos’è l’ortodossia. L’adesione, dovuta a precetti di “credenza” stabiliti da Dio nelle Scritture, rappresenta un criterio di identificazione, ma la “retta opinione” non è stabilita da sinodi, concili o altre forme di autorità gerarchica. Il criterio di appartenenza all’ortodossia nell’Islam è più un criterio quantitativo che qualitativo. Il sunnismo rappresenta la confessione islamica ortodossa, ma ciò perché i sunniti sono il 90% dei musulmani.
L’Islam è più un’ortoprassi che un’ortodossia: l’importanza di ciò che si fa è prevalente rispetto a ciò che si crede (a parte ovviamente la shahada). Per salvarsi è necessario agire e, oltre a credere, praticare gli atti del culto e compiere opere buone.
L’ortoprassi si sposa a una concezione mediana che rappresenta una delle rivendicazioni principali dell’orizzonte teorico islamico. L’Islam è la religione del giusto mezzo, il credente si dovrebbe mantenere immune da tutto ciò che travalica i limiti, soprattutto quelli imposti dalla Legge. Si tratta di una Comunità, o ecclesia, che proprio nella rettitudine del suo comportamento e nella sua fedeltà al messaggio di Dio è emersa ortopraticamente al di sopra di tutti gli altri gruppi sociali umani. L’ideale del comportamento del buon credente musulmano è quello del giusto mezzo e della lontananza da ogni prevaricazione e superamento dei limiti.
Trattandosi di un’ortoprassi, tendenzialmente non esiste in senso tecnicno il concetto di eresia. Si hanno tre termini che ci si avvicinano:
a. ridda: apostasia, cioè l'abbandono della religione
b. bid'a: innovazione, che non si fa rispetto ad un dogma, ma al comportamento del Profeta e dei suoi compagni
c. zandaqa: colui che la confessa è un dualista, cioè segue una dottrina di tipo manicheo
Se l'unico dogma è la shahada, concettualmente l'eresia la diventa l'ateismo. Gli sciiti non sono eretici nei confronti dei sunniti, ma soltanto scismatici. Non si tratta di una contestazione di dogmi, ma un distaccamento di fedeli dal corpus centrale. Emerge in maniera evidente l'Idea di Islam come ortoprassi: le problematiche in fondo si legano soltanto a questioni pratiche, antinomie comportamentali e non dogmatiche.

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