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Il valore della sofferenza nel Cristianesimo


Per combattere l'inaridimento dei Farisei e degli Scribi, nel comportamento di Gesù serviva la violazione esteriore e apparente di certi precetti (non far nulla di sabato, lavarsi le mani prima di toccare il pane, ecc.), per farne rivivere lo spirito genuino; serviva una predicazione volutamente paradossale di dottrine che a volte ampliavano, ma altre volte anche urtavano la morale comune (spesso attraverso contrapposizioni dirette, come nel Sermone della montagna: "Vi hanno detto ... e io vi dico..."); e serviva, soprattutto, il richiamare l'attenzione degli uomini sul valore e sulla funzione propria di ciò che gli uomini avevano sempre fuggito: la sofferenza, la malattia, la povertà, la morte, il peccato medesimo. Questi aspetti dell'esistenza non erano più semplicemente da tenere lontani, bensì da redimere, riscattando in essi quel valore che si cela sotto la loro negatività.
Nello "stato di caduta" dell'umanità - non ignoto ai Gentili, ma addirittura fondamentale per la vicenda biblica - il doloro non è solo inevitabile, ma per certi lati prezioso. La sua mancanza può renderci, come noi diciamo, "superficiali", cioè privarci del contatto con la fonte profonda del qene. I beni stessi che abbiamo - considerati come proprietà, e non più come "precari" (cioè, letteralmente, "concessi su preghiera") - finiscono col diventare vuoti e senza senso. Il dolore invece ci dà il senso del bene: e Gesù proclama beati coloro che soffrono. La sua stessa passione è emblematica del ricongiungimento al divino attraverso la sofferenza.
Gesù si rivolge anche in particolare ai peccatori, dagli ebrei messi al bando. E ci insegna che, chi si limita a comportarsi "come si deve" (come il Fariseo della parabola: Luc. XVIII, 12) può facilmente venire a credere che fare il bene sia sempre in suo esclusivo potere (così pensavano, infatti, gli stoici), e non richieda una grazia. La superbia, radice del peccato originale, va corretta con la coscienza e il rimorso del peccato; e le vocazioni cristiane alla santità si alimenteranno di una vigorosa coscienza del peccato.
Il Cristianesimo veniva così a dare un senso ai dolori e ai mali del mondo: chwe non sono già un bene in sé, e neppure qualcosa di "indifferente"; ma, pur come veri mali, sono uno strumento indispensabile di salvezza contro l'inaridimento. La "gloria" (doxa) di Dio, il manifestarsi del suo valore, trasfigurerà quegli aspetti negativi: ma come potrebbe essa apparire a noi, se l'esperienza del dolore non ci salvasse dall'aridità?
Si noti che, nell'epoca in cui cominciò a diffondersi il cristianesimo, la vita appariva abbastanza tranquilla, e nessuna sciagura particolare era in atto. La pax romana dava, quanto meno, una sicurezza prima sconosciuta; e la fine era ancora lontana. Eppure la civiltà che, dalla Grecia, si era allargata a tutto il bacino del Mediterraneo appariva stanca, quasi spenta. Non, dunque, per ragioni esterne, ma interne: le forme esteriori restavano, ma erano cadute nell'insignificanza. Più tardi il cristianesimo aiuterà l'Occidente a far fronte anche a difficoltà esteriori: ma per ora l'esigenza a cui esso risponde, e per cui viene assorbito avidamente dal mondo antico, è tutta interiore, ed è l'esigenza di ridare un senso alla vita.
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