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Il Confucianesimo e l’affermazione dei valori tradizionali

Durante la fase dei Chou orientali, nel corso di due secoli (681-481 a.C.), si succedettero egemonie di Stato diversi: questo convulso periodo storico è noto anche con il nome di ”Primavera e Autunno”, dal titolo di un’opera storica ( appunto gli Annali di Primavera e Autunno) che ne descrive gli eventi. Alla fine di questo periodo visse Confucio, che fu il maggiore pensatore cinese dell’epoca antica. Nato nel 551 a.C., Confucio apparteneva all’aristocrazia decaduta, ossia a quel numeroso gruppo di nobili che, con la diffusione del sistema feudale e l’indebolimento del sistema monarchico, erano rimasti privi di un precisa funzione sociale: Confucio, per esempio, iniziò a insegnare all’età di ventidue anni, conducendo una vita modesta.

Alla base del suo pensiero non vi furono nuovi valori, ma più semplicemente quelli della tradizione. “Non faccio altro che trasmettere ciò che ho ricevuto dai miei antenati. Per parte mia non ho rinnovato niente. Mi sono mantenuto fedele alle tradizioni”: così Confucio si esprime nei Dialoghi, costituiti da venti capitoli di massime e pensieri trascritti dai discepoli dopo la sua morte. Uniformarsi agli antichi valori significava anzitutto rispettare l’ordine costituito e le gerarchie sociali tradizionali: il povero doveva accettare la povertà, rispettare e servire i superiori; il potente, a sua volta, doveva attuare i valori della sua classe e mostrare moderazione e benevolenza verso i subordinati.

La pratica del bene doveva iniziare già all’interno della famiglia: “Non contrastare mai i propri genitori e non irritarsi mai anche se il loro giogo diventa pesante”: infatti “colui che rispetta e onora il padre e la madre raramente contrasterà i suoi superiori”. In questo modo la saggezza di Confucio riaffermava sostanzialmente i valori su cui fondava la società feudale esistente, anche se allora era già in crisi. Non meno importanti, del resto, erano i consigli rivolti ai potenti, ovvero ai nobili e ai governanti, ai quali spettava il compito di mettere la sapienza al servizio della giustizia e della pubblica virtù e, dunque, al servizio del retto ordinamento della società: secondo Confucio, non con il rigore delle leggi e la durezza delle pene, ma con la pratica della virtù e il rispetto della tradizione i governanti avrebbero potuto ottenere obbedienza e consenso dai sudditi.

Poiché le tradizioni costituivano il vero tessuto connettivo dello Stato, era necessario che esse fossero profondamente radicate nel popolo: per la loro diffusione assumevano grande importanza, quindi, educazione già all’interno della famiglia e i vari riti e atti di culto.

Secondo Confucio, il fatto di abolire un’usanza significava ammettere che le tradizioni non erano sacre né intoccabili e dunque minare implicitamente le fondamenta stesse dell’ordinamento statale.
L’esperienza politica di Confucio, tutta volta a mettere la sapienza al servizio della società, si rivelò ben presto fallimentare. Estromesso dalle cariche di governo, Confucio andò in esilio alla ricerca di un sovrano disposto a mettere in pratica i suoi precetti.
Morì nel 479 a.C., ricevendo onori postumi non solo come mastro, ma venendo persino venerato come un dio in appositi luoghi di culto.

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