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Ugo Foscolo


Ugo Foscolo nacque nel 1778 e morì nel 1827. Era di origine greca, difatti nacque nell’isola di Zante e sua madre, Diamantina Spathis, era greca. Il padre, Andrea Foscolo, era un medico veneziano.
Da ragazzo Foscolo visse in Grecia ma, in seguito alla morte del padre, si spostò con sua madre a Venezia, dove frequentava i salotti culturali dell’epoca, tramite i quali conosceva donne colte e amanti delle arti con cui era solito intrattenere relazioni sentimentali. Foscolo può essere considerato come un tombeur de femmes. Tra le donne che frequentò ci fu anche la moglie di un poeta contemporaneo di Foscolo, Vincenzo Monti.
La donna, Teresa Pichler, fu la causa di scontri fra i due letterati, i quali si contendevano l’amore della donna cercando di oscurarsi a vicenda.
Foscolo visse tra il Settecento e l’Ottocento, fu quindi spettatore di eventi storico-politici molto importanti, come la rivoluzione francese, l’ascesa di Napoleone e la sua caduta.
Il carattere ribelle di Foscolo lo portò a sostenere i giacobini e in seguito Napoleone. Egli, come altri italiani, ripose molta fiducia in Napoleone quando il condottiero promise di liberare l’Italia dallo straniero. Il poeta accolse il generale francese con l’ode “A Bonaparte Liberatore”.
Sebbene Napoleone avesse promesso la liberazione dell’Italia, egli firmò nel 1797 il Trattato di Campoformio, il quale prevedeva il passaggio dei territori del Veneto all’Austria. La scelta di Napoleone fu causa di grande delusione per Foscolo, il quale iniziò a credere che gli italiani avrebbero dovuto liberarsi autonomamente dall’assetto francese e austriaco ma Foscolo era un realista e considerava i tempi ancora poco maturi per l’emancipazione italiana.
Gli ideali che Napoleone diffuse, tali come la libertà, sono alla base del movimento politico, il Risorgimento, che portò l’Italia all’unità e all’indipendenza nel 1861.
Per essere coerente alle sue scelte precedenti, Foscolo rimase al fianco dei francesi e combatté nell’esercito francese contro gli austro-russi.
Ebbe anche l’occasione di incontrare Napoleone ma si rese conto di come il condottiero si credesse signore della Francia, vista come la signora dell’Europa.
Dopo il trattato di Campoformio e dopo essersi schierato con i francesi, Foscolo dovette scappare da Venezia per evitare le persecuzioni austriache.
Il poeta incominciò a sentirsi esule e senza una vera e propria patria di cui essere parte, egli si definisce come Ulisse nella poesia “A Zacinto”.
L’esperienza della fuga fu d’ispirazione per l’opera “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, il primo romanzo della letteratura italiana.
Il romanzo fu il genere letterario di leva dell’Ottocento, periodo in cui esso si affermò.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis


“Le ultime lettere di Jacopo Ortis” è il primo romanzo italiano ed è un romanzo epistolare, ovvero concepito come una raccolta di lettere.
Trattandosi del primo romanzo italiano, Foscolo dovette guardare i modelli romanzeschi già affermati al di fuori dell’Italia. Così come Dante, Foscolo amava sperimentare e utilizzare le mode dell’epoca.
In questo periodo il romanzo epistolare era di moda in differenti paesi europei:
• In Francia, Jean-Jacques Rousseau compose “La Nouvelle Heloïse”.
• In Inghilterra, Samuel Richardson pubblicò i due romanzi epistolari “Pamela” e “Clarissa”.
• In Germania, Johann Wolfgang Goëthe scrisse “I dolori del giovane Werther”, molto influente nella produzione letteraria di Foscolo. Goëthe fu uno degli intellettuali che compì il “grand tour” e rimase molto colpito da Napoli, che descrisse nel volume “Viaggio in Italia”, in cui descrisse il suo itinerario.
L’opera di Goëthe fu di ispirazione a Foscolo per comporre l’”Ortis”. Tuttavia, tra le due opere c’è una differenza. Mentre Werther soffre per amore di Carlotta, che lo porta al suicidio, Ortis soffre per la delusione sia amorosa sia politica. Nell’”Ortis” il tema dell’amore si affianca al tema politico. Il tema amoroso è strettamente legato alla morte (secondo il concetto di Eros e Thanatos).
Nel romanzo di Foscolo, tutte le lettere sono scritte dal protagonista, Jacopo Ortis, e indirizzate all’amico Lorenzo Alberani. Il romanzo, anche se composto di lettere, crea uno svolgimento narrativo.
La storia di Jacopo Ortis è legata alla vita di Foscolo, difatti Ortis è considerato l’alter ego di Foscolo. Il protagonista dell’opera è un giovane esule che si allontana da Venezia per rifugiarsi presso i colli Euganei, dove conosce Teresa, una giovane ragazza con la quale instaura un amore ideale e irrealizzabile.
Tuttavia Teresa è già promessa a Odoardo, un uomo preciso e ordinato, differente da Jacopo, che è un giovane passionale.
Teresa decide di sposare Odoardo per mantenere un equilibrio e una sicurezza economica. Tra Jacopo e Teresa c’è un bacio che, in una lettera, Ortis descrive come trasformante. Dopo quel bacio, Jacopo cambia prospettiva della vita ma si rende conto che l’amore tra lui e Teresa è impossibile. Pertanto lascia i colli Euganei e gira per l’Italia. Giunto a Milano, Ortis incontra il poeta Giuseppe Parini, oramai anziano, e intrattiene con lui una conversazione riguardante la politica del tempo.
Jacopo è giovane e quindi pieno d’idee e volenteroso a cambiare la situazione in cui vive mentre Parini, anziano e disilluso, afferma che tutte le idee più geniali sono corrotte e, anche se Ortis ottenesse tutti i poteri, finirebbe anch’egli per divenire un tiranno (alludendo al potere acquisito da Napoleone).
La conversazione tra i due segna la distanza di età:
• Jacopo è giovane e pieno di speranze vive.
• Parini è vecchio e con speranze spente.
Foscolo inserisce in Jacopo le sue speranze politiche giovanili.
Dopo aver girato l’Italia, Jacopo arriva al confine con la Francia e decide di suicidarsi.
Il romanzo è pieno d’ideali romantici, come l’impetuosità e spirito politico.
Foscolo iniziò il romanzo da giovane e lo continuò anche in seguito all’esperienza napoleonica, pertanto egli inserì allusioni al periodo storico in cui egli stesso visse.
L’opera rappresenta la testimonianza degli stati d’animo di Foscolo prima e dopo l’avvento di Napoleone.
Il legame tra Foscolo e Ortis è segnato dal legame che i due anni con le proprie madri. La figura della madre è ricorrente nelle opere di Foscolo.
Il nome Jacopo Ortis ha un significato ben preciso:
• Jacopo proviene da Jean-Jacques Rousseau
• Ortis è il cognome di un friulano suicida in seguito alla sottoscrizione del Trattato di Campoformio e alla conseguente perdita di libertà.
Il romanzo fu il mezzo di propaganda per diffondere gli ideali romantici di unità nazionale, necessari affinché l’unificazione italiana potesse avvenire risvegliando le coscienze degli italiani.
Il romanzo ispirò i patrioti ed esaltò Giuseppe Mazzini al punto che egli incominciò a vestirsi di nero e apprese a memoria l’opera, generando in sua madre il timore che egli volesse suicidarsi.

Analisi 1ª lettera dell’”Ortis” – “Il sacrificio della nostra patria è consumato” (lettera datata 11 ottobre 1797.)


La lettera di apertura dell’opera è la lettera di commiato che Jacopo indirizza all’amico Lorenzo Alberani dopo essersi recato ai colli Euganei.
I temi toccati nella lettera sono la politica e la morte. Foscolo allude alla dipendenza italiana degli stranieri e alla divisione degli italiani che si lasciano manovrare e si fanno guerra tra loro.
Ortis già in questa lettera parla della morte, probabilmente già concepisce l’idea di suicidarsi ma, al contempo, è tormentato dall’idea di morire poiché, trovandosi fuori la sua patria, teme una morte illacrimata. La morte illacrimata è una morte senza un caro che consoli la tomba del defunto. La “illacrimata sepoltura” è un tema ricorrente in tutta la produzione di Foscolo.
Jacopo conclude la lettera affermando che egli sarà compianto solo dai pochi più sensibili, di cui parla anche Vittorio Alfieri all’interno della sua opera “Tirannide”.
L’elemento romantico nella lettura sono i temi e la punteggiatura che conferisce impeto e ansia durante la lettura.

Analisi 2ª lettera – “Il colloquio con Parini: la disillusione storica” (lettera datata 4 dicembre 1798)


Una volta giunto alla capitale milanese, Jacopo incontra il poeta Giuseppe Parini, oramai anziano. I due s’incontrano presso un boschetto di tigli, citato anche nei “Sepolcri” per ricordare Parini, il quale morì completamente dimenticato dai suoi concittadini, nonostante fosse stato un grande poeta e sebbene la sua attività politica a Milano.
Jacopo, seppur giovane, comprende che chi ha vissuto di più sofferenze e dolore è già più saggio. Parini critica la sua patria, Milano, che è piena di “lettere prostituite”, ovverosia poeti al servizio del potere (in opposizione al pensiero di Parini sulla libertà dell’intellettuale dal bisogno economico), e in cui non ci sono più bei sentimenti ma le passioni sono fragili, prive di animo e sincerità, in uno stadio di decadenza dei valori. Nella città persino la corruzione è mediocre e sono mediocri anche i ladri e le loro follie.
All’analisi catastrofica di Parini, Jacopo insorge affermando che il cambiamento è possibile. Il controbattere di Jacopo è descritto con il verbo onomatopeico “fremere” e il termine “fremito”, suono che allude al temperamento di Jacopo (caratteristico anche in Foscolo).
Mentre Parini è un uomo disincantato e pessimista, Jacopo è illuso e pieno di speranze.
Parini dice a Jacopo di essere un giovane che non merita tale patria e gli consiglia di dedicarsi ad altro.
In questo momento Jacopo si rende conto di essere fuori tempo, quando si volge sia al passato sia al futuro. Si rende conto di non appartenere a nessun luogo.
Jacopo parla a Parini del suo amore per Teresa e gli confessa di aver meditato il suicidio. Il giovane non vede altra scelta che la morte e afferma di aver tentato continuamente di porre fine alla sua vita ma il pensiero di sua madre lo trattiene. Tuttavia, Jacopo sa che, se si ammazzasse, sua madre lo capirebbero perché è stata lei a educarlo.
Foscolo scrisse una sua vera lettera a sua madre in cui le dice di essere stata lei a instillare in lui l’arte.
Jacopo, dopo essere insorto e aver capito di non avere posto nel passato e nel futuro, si sente disperato.
In questo punto dell’opera il dispiacere amoroso si unisce a quello storico-politico.
Parini tenta di confortare il giovane ma gli dice che il suo sogno, cioè la liberazione dell’Italia dello straniero, è impossibile per una serie di motivi:
1. Gli italiani vogliono essere liberati allo straniero che non esiterà mai dal richiedere qualcosa in cambio.
2. Gli italiani sono corrotti e mediocri, seguono il potere di turno.
3. Anche se Jacopo divenisse potente, sebbene non sia ricco, diventerebbe ad ogni modo un tiranno.

Secondo Parini gli uomini sono o servi o tiranni.
Il poeta dice al giovane che, nonostante i suoi buoni propositi dati dalla sua posizione debole e dalla sua volontà di emancipazione, se conquistasse il potere, anch’egli diventerebbe un tiranno (con riferimento a Napoleone)¬.
Il tiranno, continua Parini, è sempre un incannatore. Tale concezione proviene direttamente da “Il principe” di Machiavelli, in cui si afferma che un principe, per conservare il suo potere più a lungo, deve fingersi ciò che non è.
Anche Alfieri teorizzò in maniera tragica il problema del tiranno e della libertà, riconoscendo che il tiranno è odiato e amato in quanto gli uomini vorrebbero abbatterlo e al contempo avere i suoi privilegi. L’uomo come ingannatore proviene concettualmente dall’ideologia di Thomas Hobbes relativa all’uomo come “homo homini lupus”, cioè “uomo lupo degli uomini”.
In questa lettera, il concetto romantico è la sofferenza data dalla visione degli ideali e sogni irrealizzabili. Tuttavia se questi si realizzassero, si perderebbe lo stimolo e l’aspirazione verso il proprio oggetto di desiderio, tipico del romanticismo.

Analisi 3ª lettera – “Il bacio di Jacopo e Teresa” (lettera datata 15 maggio 1798)


Dopo aver baciato Teresa, Jacopo racconta a Lorenzo di sentirsi trasformato e fatto divino, tutto intorno a lui gli appare diverso.
Questa lettera non è romantica per il concerto di patria ma per il tema dell’amore. La lettera è neoclassica per:
• I riferimenti alla piccola mitologia, come le muse, le ninfe e le naiadi.
• Il tema della bellezza. Jacopo dice che, se dovesse elaborare un concetto di bellezza, egli lo avrebbe chiaro in mente.
• Il bacio di Jacopo e Teresa dopo il quale per il giovane il concetto di bello e onesto coincidono.
• Le illusioni su cui Jacopo si sostiene dandosi forza e speranza, sebbene siano illogiche.

In questo passo, Foscolo ci dice che anche lui, come Jacopo, meditò il suicidio.
Così come nelle opere successive, il superamento del suicidio in Foscolo è dato dalla creazione di una propria religione.
Generalmente, chi è fedele dà una spiegazione cristiana al dolore (quella che Manzoni denominò come “provvida sventura”) mentre chi non è fedele pensa più facilmente al suicidio.
Le illusioni furono per Foscolo le uniche speranze su cui vivere e che gli hanno permesso di superare l’idea del suicidio.
Anche Jacopo intende creare dei valori e obiettivi di riferimento per i quali valga la pena vivere.
Tra questi valori, Foscolo pone al primo posto la poesia, in grado di rendere immortali. Foscolo afferma che quando niente esisterà più, neanche la sua tomba, egli sarà ricordato per sempre nel caso in cui abbia scritto della buona poesia.
Il concetto di poesia eternatrice è già presente nella produzione del poeta latino Orazio, il quale affermo “no omnis moriar”, cioè “non morirò del tutto” e “ho costruito un monumento perenne” riferendosi alla sua poesia.

La poesia è quindi il mezzo per rendere eterni anche gli altri. Foscolo ne fa quest’utilizzo per le due odi “All’amica risanata” e “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo”. Queste due furono composte per decantare le donne a cui erano dedicate. Il tema occasionale diviene la base su cui presentare concetti come la bellezza rasserenatrice ed eternatrice.
Nell’ode “All’amica risanata”, il poeta celebra una delle sue tante donne, Antonietta, che era da poco uscita da un periodo di grande malattia.
Foscolo esalta la donna per aver ritrovato la bellezza di un tempo e la paragona alle divinità come Diana e Venere.
Da perfetto ateo, Foscolo dice che queste donne, Diana e Venere, erano delle comuni mortali dotate di qualità e doti per cui le loro figure si diffusero da uomo a uomo al punto da diventare, nell’immaginario degli uomini, delle divinità sovrannaturali.
Tramite questo discorso Foscolo dice all’amica risanata che anche lei, così come Diana e Venere, diventerà una dea attraverso la poesia composta in suo onore.

Il percorso della produzione foscoliana parte dal brutto del vero fino a giungere al bello delle illusioni come fuga dalla realtà.
Tale percorso è inverso nella produzione di Giacomo Leopardi.

La poesia è eternatrice anche in Ungaretti, autore della poesia “In Memoria”, in cui ricorda un amico con cui visse a Parigi.
L’amico, Mohamed Sceab, era un uomo arabo che non sopportava la sua condizione d’immigrato nella società francese da cui non si sentiva accolto.
Nel ricordare l’amico, Ungaretti rende immortale un perfetto sconosciuto tramite la sua poesia.

Approfondimento: Giuseppe Ungaretti e “In Memoria”


Giuseppe Ungaretti nacque nel 1988 ad Alessandria d’Egitto, dove la famiglia toscana si trovava per lavoro. Nella poesia “I fiumi”, il poeta ricorda i fiumi che ha conosciuto nella sua vita, citando il Serchio, il fiume che bagna la Toscana, il Nilo, che percorre il suo paese natale, la Senna di Parigi, dove il poeta visse esperienze di grande spessore artistico, e l’Isonzo del Carso, dove Ungaretti combattette in trincea come soldato semplice durante il Primo conflitto mondiale.
Durante il suo soggiorno a Parigi, egli conobbe e frequentò artisti come Picasso e Bergson. Fu in stretto contatto con i surrealisti e correnti letterarie dell’avanguardia. A Parigi, Ungaretti conobbe Mohamed Sceab, a cui dedicò la poesia “In Memoria”, parte della raccolta “Allegria”.
Il tema della raccolta è la guerra, che avvicina l’uomo alla morte e che genera euforia nel caso di scampato pericolo.

Il tema di “In Memoria” è il sentimento di non appartenenza a nessuna patria, il fenomeno di ulissismo, che accomuna Ungaretti, Foscolo, Dante e Mohamed.
Nella poesia, Ungaretti ricorda come l’amico Mohamed, originario dell’Africa, si sentisse escluso in Francia, nonostante i suoi tentativi d’integrazione. Il poeta racconta che l’amico, pur di essere parte della società francese, aveva dimenticato le sue tradizioni, come leggere il Corano nella sua tenda gustando del caffè, e la sua identità, modificando il suo nome in Marcel. Tuttavia, i tentativi falliti dell’uomo lo portano alla disperazione e Mohamed decide di togliersi la vita.
Anche Ungaretti visse lo stesso disagio di Mohamed ma sopravvive grazie alla sua poesia, mezzo di espressione del suo dolore.

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