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Ugo Foscolo - A Zacinto: parafrasi, analisi e spiegazione


Testo


Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

Analisi e spiegazione del testo


Foscolo dedica questo sonetto a Zacinto, isola che rappresenta simbolicamente la sua terra nativa e che egli considera un luogo sicuro, in cui è possibile vivere senza preoccupazioni. Il poeta però si allontana dalla sua patria conducendo un esilio volontario poiché egli era di origini veneziane e in seguito al trattato di Campoformio Venezia era stata ceduta all’Austria. Egli parla della sua patria con rimpianto. I temi presenti nel testo sono: l’irraggiungibilità della patria e la nostalgia che il poeta prova, concetti che emergono nei primi versi del componimento, nei quali Foscolo afferma che non potrà mai più recarsi nella sua amata patria e rievoca i tempi in cui egli era fanciullo e viveva presso le sue sponde, che definisce sacre perchè da esse ebbe origine la dea Venere, infatti all’interno del componimento il poeta allude al mondo greco come terra mitologica, in particolare nei versi da 3 a 7, nei quali la Grecia è considerata protagonista di numerose leggende, come quella di Odisseo. Un altro tema presente nel sonetto è la morte del poeta in terra straniera, idea che emerge nei versi conclusivi del testo, nei quali l’autore parla della sua futura sepoltura lontano dai suoi cari.
Il poeta si trova in terra straniera ed egli ha la consapevolezza che non potrà mai più far ritorno alla propria patria. Per questo motivo egli definisce la sepoltura che lo aspetta illacrimata: l’autore è consapevole che morirà lontano dall’affetto dei suoi cari, pertanto la sua tomba sarà solitaria e nessuno piangerà la sua morte. Al contrario, se egli fosse seppellito nella sua terra d’origine, le persone a cui tiene potrebbero piangere la sua scomparsa sulla sua tomba.
All’interno del sonetto è presente un’analogia tra la figura del poeta e l’immagine dell’eroe greco Ulisse. l’autore crea un parallelismo tra i due personaggi, perché entrambi sono esuli destinati ad essere allontanati dalla loro patria, però, come emerge nei versi del componimento, il loro destino è diverso, poiché, mentre Ulisse, pur affrontando numerose sventure, riesce a far ritorno alla sua amata Itaca, in modo eroico e vestito di gloria, Foscolo sarà sepolto in terra straniera, senza che nessuno pianga sulla sua tomba. Così, mentre Itaca accoglierà sia il canto delle avventure di Ulisse che il ritorno dell’eroe, a Zacinto non resteranno altro che le storie delle imprese dell’eroe. Inoltre, mentre Ulisse viene definito “bello di fama e di gloria”, perché le sue imprese sono destinate a non essere dimenticate, Foscolo crede che a differenza dell’eroe omerico, egli non verrà ricordato.
Le parole che aprono il sonetto costituiscono un’anastrofe. Il poeta le utilizza per riferirsi al suo ritorno in patria che non avverrà mai. Il fatto che il sonetto inizi con una triplice negazione, né più mai, rappresenta l’assoluta certezza del poeta di non far ritorno nella sua terra d’origine. Da ciò emergono il sentimento di nostalgia presente all’interno del testo e la tristezza del poeta che scaturisce dalla consapevolezza di non potersi ricongiungere in nessun modo con i suoi cari.
All’interno del testo sono presenti numerose enjambenent, che il poeta utilizza principalmente per questioni metriche, ma anche perché essi contribuiscono a determinare il ritmo presente nel componimento.
Il sonetto fa parte di un gruppo di quattro compimenti: Alla sera; In morte del fratello Giovanni; A Zacinto e Alla musa. Esso è costituito da quattordici versi endecasillabi ripartiti in quattro strofe: due terzine e due quartine. Il ritmo del componimento è determinato dalla struttura metrica degli endecasillabi, dai numerosi enjambement presenti nel testo e dalla punteggiatura a metà del verso. Il linguaggio utilizzato fa parte della tradizione aulica, infatti esso presenta una struttura complessa e diversi latinismi (vergine, giovane, diverso).
All’interno del testo sono presenti numerose figure retoriche: un’anastrofe, costituita dalle parole di apertura Né mai più perché il poeta inverte l’ordine in cui esse solitamente sono scritte; un’allitterazione, sacre sponde; diversi enjambement (versi 4-5, 8-9, 13-14); una perifrasi nei versi 8-9 “di colui che l'acque cantò fatali” e un iperbato nel verso di chiusura del testo “illacrimata sepoltura”.
Il sonetto è dedicato a Zacinto, isola che allude simbolicamente alla terra d’origine del poeta. Il testo si apre con una triplice negazione, che è una constatazione del poeta della perdita della sua amata patria e che determina il senso di tristezza del poeta, causato proprio dalla certezza che egli verrà sepolto in un territorio lontano dalla sua patria, senza l’affetto dei suoi cari. Per questo motivo l’autore definisce la sua sepoltura illacrimata, inoltre egli è convinto che a differenza di Omero, che cantò le gloriose imprese di Ulisse, la cui immagine non sarà mai dimenticata, la sua figura e le sue poesie saranno destinate a cadere nell’oblio. Da ciò emerge il senso di malinconia che persiste nel testo e la nostalgia che il poeta prova parlando della sua amata patria.
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