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La morte è un tema ricorrente e ossessivo nelle opere di Foscolo; valutane i significati proponendone degli esempi a partire dalle opere


Il tema delle morte e del sepolcro è presente in molti dei testi della produzione foscoliana. Foscolo ha attribuito ad esso una rilevanza personale, dedicandogli gran parte delle sue opere e riflettendo in esse le sue inquietudini giovanili e i tormenti vissuti nei suoi ultimi anni di vita.
Questo è un tema letterario che ha avuto un grande successo verso la fine del Settecento, in pieno Preromanticismo, dove la passione per il macabro e il sinistro hanno contribuito alla diffusione della poesia sepolcrale come modo per meditare sulla morte e sulla fine della vita terrena.
Foscolo e i suoi contemporanei vedono la morte come un momento di verità per l’uomo, che si trova davanti a se stesso, alla sua dimensione intima, alle sue passioni e al suo io interiore. La profondità dell’animo del poeta è esplicitata nel sonetto Alla Sera, il primo dei sonetti del canzoniere Le Poesie. Foscolo invoca la sera e la paragona alla «fatal quiete», a lui è caro il momento in cui cala la notte ma, soprattutto, il passaggio attraverso il crepuscolo, quando le anime vengono dolcemente trasportate nel sonno e nella quiete finale della morte, l’oscurità di chi ha chiuso gli occhi e non li riaprirà più. Nel Neoclassicismo e nel Preromanticismo è frequente la ripresa dei temi e degli autori classici, che il poeta veneziano ammira: la metafora della notte come velo della morte che cala delicatamente sulla vita come un sonno profondo dopo una giornata faticosa è presente anche nel poeta latino Catullo, che nella sua raccolta di poesie, il Liber catulliano, dedica alcuni versi del Carmina “Viviamo e Amiamo” a questa concezione «I giorni possono tramontare e risorgere; noi, una volta tramontata la nostra breve luce, dobbiamo dormire una sola notte eterna».
Ma la morte non assume accezione negativa, anzi, essa può essere l’agognato porto, la tranquilla e serena meta in cui arrivare dopo l’attraversamento del turbinoso e burrascoso mare della vita.
Il suo animo, che in segreto è inquieto e tormentato, la sua delusione e la sua rabbia per il «reo tempo» che il poeta attraversa con la cessione della sua amata Venezia agli stranieri, vengono finalmente quietati e rasserenati dalla pace eterna «e mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge».
Il desiderio di trovar pace nella morte è presente anche nel decimo sonetto de Le Poesie, In morte del fratello Giovanni. Oltre che aspirare ad una quiete eterna, che metta fine alle sue sofferenza terrene, «e prego anch’io nel tuo porto quiete», Foscolo introduce un altro importante tema ricorrente nelle sue opere, il tema del sepolcro. Il poeta è fortemente materialista e, soprattutto, ateo, non riconosce una vita dopo la morte e non crede che in qualche modo essa continui. Ciò lo porta a sviluppare un profondo attaccamento alla sepoltura e alla tomba, che diventa il simbolo di una memoria personale e familiare che aiuta a superare il dolore dell’assenza eterna; egli infatti spera di poterla visitare per mantenere vivido il ricordo, anche se dolorosissimo, del fratello perduto «me vedrai seduto su la tua pietra, o fratel mio, gemendo il fior de’ tuoi gentili anni caduto». Il fior a cui fa riferimento Foscolo è un’altra dimostrazione dell’elevato stile e della vasta cultura classica di cui è in possesso il poeta: nell’Eneide, la morte degli eroi virgiliani Eurialo e Niso che, penetrati nel campo dei Rutuli addormentati, vengono infine uccisi dai nemici, viene paragonata ad un «fiore purpureo reciso dallo stelo che morendo si indebolisce».
Oltre a una valenza personale e molto sentimentale, Foscolo attribuisce ai sepolcri un profondo senso civile ed etico, volto a trasmettere alle generazioni successive le vicende esemplari degli uomini grandi del passato, invitandoli ad imitarli e a onorarli.
Nella sua poesia Dei Sepolcri, il sepolcro ispira virtù, è il simbolo della patria e della nazione, poiché consente di proiettare nel futuro la fama di chi lo merita: per Foscolo è infatti ingiusto che coloro che hanno lasciato un’eredità così grande ed eccelsa come il poeta Parini debbano essere sporcati dal sangue di comuni ladri «e forse l’ossa col mozzo capo gl’insanguina il ladro che lasciò sul patibolo i delitti».
Da questo profondo attaccamento per i sepolcri egli costruisce un’efficace quanto sbalorditiva argomentazione che lo porta a infondere un incredibile valore affettivo nelle tombe e anche un radicato elitarismo, in quanto l’illusione di non morire può ancora esistere se esse mantengono vive il ricordo del defunto in coloro che restano, e solo chi non lascia alcuna memoria di sé tra i vivi non trova nessun conforto nel pensiero della pietra che rappresenta la persona: «sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna».
Anche i sepolcri, però, non durano per sempre, e qui entra un’ulteriore tema molto caro al poeta, anch’esso ricorrente in molti dei suoi componimenti: la poesia. Quando le tombe vengono inevitabilmente distrutte dal tempo, la poesia si sostituisce ad esse «Siedon custodi de’ sepolcri, e quando il tempo con sue fredde ale vi spazza fin le rovine, le Pimplèe fan lieti di lor canto i deserti». Essa rimpiazza i sepolcri con i suoi versi che hanno il potere di rendere eterna la memoria dei grandi uomini, di tramandarla alle generazioni future e, così, rendere immortale quell’anima che dopo la morte, per Foscolo, cade in un fondo e oscuro oblio e scompare per sempre.
La fine eterna non è, quindi, un tema di angoscia e inquietudine per il poeta, ma una speranza di ritrovare la pace tanto bramata. Ritrovandosi nella stessa situazione che Foscolo ha dipinto per Jacopo Ortis, protagonista ed eroe romantico del romanzo epistolare Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis, la morte è una rinuncia consapevole alla propria vita, per protestare a un destino avverso, che sia l’amore o un sogno infranto, che consente di dimostrare la propria virtù e di praticare i propri ideali di libertà.
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