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I sonetti foscoliani


Alla sera

Il sonetto “Alla sera” ha la struttura tipica dei sonetti (attinta da Petrarca), e si riscontrano elementi classici. La sera è metafora di un momento di pace e quiete, che si contrappone alla giornata, metafora di turbolenza e sofferenza (che rappresenta la vita tormentata del poeta. La sera da anche al poeta la possibilità di riflettere sull’esistenza, e sarà oggetto di analisi poetica di poeti romantici, come Leopardi. In questo elemento vi sono sia elementi classici che romantici. La riflessione sulla sera nasce dalla lettura del “De rerum natura” di Lucrezio.
Nella prima quartina il componimento inizia con il “forse”, e da ciò si può dedurre che forse il poeta in quel momento, mentre rifletteva, avesse sentito l’esigenza di scrivere. La “fatal quiete” di cui parla il poeta è la morte. È presente un influsso epicureo (che prevede l’annullamento delle passioni), e questo fa capire che il pensiero del poeta è di origine illuminista (concezione laica e materialistica).
Nella prima terzina egli riflette sull’esistenza umana, dicendo che termina sulla Terra. La concezione del nulla eterno di Foscolo sarà ripresa da Leopardi. Sono presenti due temi: tempus fugit (Orazio, Petrarca…), e la concezione del tempo reo (colpevole), perché esso non da possibilità alle persone intelligenti di manifestare i propri sentimenti e di vivere le illusioni. La fine del verso della prima terzina va letto insieme al primo della seconda terzina (enjambement).
Nella seconda terzina si fa riferimento ad uno spirito guerriero, che si contrappone alla pace della sera; l’unica via di fuga per lo spirito titanico è la sera, che rappresenta la morte.

“A Zacinto”

Il sonetto “A Zacinto” è di matrice neoclassica, è dedicato all’isola natale di Foscolo. Zacinto diventa il simbolo della sua terra madre e il simbolo della classicità, perché infatti lì nacque Venere. Il sonetto ha una struttura sintattica complessa: i primi 11 versi vanno letti tutti insieme e sono legati attraverso l’enjambement, inoltre hanno un significato a sé, mentre l’ultima terzina è separata ed è una riflessione esistenziale del poeta.
Il sonetto inizia con una negazione, in quanto egli si considera un esule (tema dell’esilio), rappresentato in chiave negativa. La presenza di Venere assume un valore sacrale, perché la nascita della divinità rende sacra la sua patria. Il “colui” che viene citato è Omero, che cantò dei viaggi voluti dal fato e dell’esilio che rese famoso Ulisse (metafora). Ulisse è un esule antico (positivo), Foscolo invece è un esule moderno (negativo, perché romantico); tra i due vi è una profonda differenza: l’esule moderno non tornerà mai alla terra madre, mentre quello antico si. In tempi moderni questo sonetto è stato letto in chiave psicoanalitica: la terra madre è letta come il grembo materno, dove il bimbo è immerso nel liquido amniotico.
Nell’ultima terzina egli dice a Zacinto che non potrà più tornare nell’isola, ma le dedica il sonetto, dicendo che a “loro” (plurale mai estatis) il fato a prescritto una sepoltura lontana dalla terra materna e dagli affetti, e quindi priva di lacrime (“illacrimata” è un neologismo foscoliano). In questo sonetto si trova la costante presenza dell’acqua; per Foscolo dove c’è acqua, c’è vita, e la mancanza di acqua è sinonimo di morte, aridità e lutto.
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