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I Sepolcri


“I Sepolcri” è un carme di 295 versi endecasillabi composto da Ugo Foscolo nel 1806. Il carme è concepito in forma di epistola indirizzata all’amico e poeta Ippolito Pindemonte, a cui è anche dedicata l’opera.
Foscolo compose “I sepolcri” in seguito all'emanazione dell’Editto di Saint-Cloud nel 1804, voluto da Napoleone, il quale stabiliva che le sepolture dovessero avvenire al di fuori delle mura cittadine e non più all’interno delle chiese. Inoltre l’editto aveva fini egualitari, questo prevedeva che le tombe divenissero delle semplici lapidi su cui riportare nome, cognome, data di nascita e di morte del defunto.
L’editto di Saint-Cloud fece molto discutere i cattolici e gli intellettuali dei salotti culturali. Tra questi, Ippolito Pindemonte si oppose a Napoleone dal punto di vista religioso e compose il poemetto “I cimiteri”.
Sebbene non fosse cattolico, anche Foscolo si pose contro l’editto e spiega le sue ragioni di natura non religiosa nel carme “I Sepolcri”, in cui egli difende il culto tradizionale dei morti. Il poeta compose l’opera partendo da un motivo occasionale per esporre i suoi pensieri personali.

In una lettera indirizzata all’abate Guillon, Foscolo spiega come ha strutturato il carme, divisibile in quattro parti:
1. La giustificazione sentimentale di Foscolo per la sepoltura tradizionale, che va dal verso 1 a 90.
2. La giustificazione storica dal verso 91 a 150.
3. La giustificazione patriottica del culto dei morti dal verso 151 a 225.
4. La giustificazione poetica della sepoltura dal verso 226 a 295
La giustificazione sentimentale è la parte su cui è possibile argomentare di meno mentre Foscolo pone la giustificazione poetica in chiusura dell’opera poiché è quella da lui considerata più importante.

1ª parte: giustificazione sentimentale


Foscolo apre i “Sepolcri” con l’aforisma latino “Deorum Manium iura sancta sunto”, citazione latina giunta a noi tramite il “De Legibus” di Cicerone, in cui sono contenuti alcuni passi provenienti dalle dodici tavole della legge romana, il primo documento giuridico scritto e in gran parte andato perduto.
La frase recita “Che i diritti degli dei mani siano sempre garantiti”. Gli dei mani erano i defunti delle famiglie romane per i quali esisteva un vero e proprio culto. Pertanto la citazione incita al rispetto dei morti.

Il carme inizia con due domande teoriche, la cui risposta è negativa:
1. L’autore si chiede se le tombe sono utili e se per un morto c’è differenza a essere sepolto di sotto a un cipresso o se un defunto può sentire il pianto delle persone a lui care.
La risposta è chiaramente negativa dato che il morto non può avvertire più nulla.
2. Foscolo si domanda che tipo di conforto può avere sapendo che sarà sepolto in una bara e le sue ossa saranno mescolate ai defunti seppelliti a terra o gettati in mare, quando non potrà più godere della luce del Sole, quando non avrà più futuro dinanzi, quando non potrà godere dei versi dell’amico Pindemonte e quando egli stesso non potrà più comporre poiché privo d’ispirazione.

Questa domanda presenta il reale pensiero di Foscolo sulla morte, concepita come un fenomeno che distrugge qualsiasi cosa, anche la nostra materia, per dare vita ad altri esseri viventi. Questa è in grado di eliminare i tratti, le reliquie e le tombe del defunto. La visione di Foscolo è ciclica ed è basata sul meccanicismo della natura, di stampo illuministico, per cui tutto è in continua trasformazione.

Foscolo afferma che le tombe non sono utili al morto ma sono state create per l’uomo, che vuole illudersi dell’esistenza di qualcosa oltre Dite, cioè dopo il regno dei morti, credendo così che qualcosa sotto terra esista e che si possa comunicare con il defunto. Tale comunicazione è definita come “celeste corrispondenza di amorosi sensi”, un dono quasi divino fatto agli uomini, e permette a questi di credere ancora di vivere insieme al morto e avere un colloquio con questo. Tale legame con l’amico defunto è possibile a condizione che egli sia raccolto dalla terra che l’ha generato, cioè che giaccia nella sua patria, dove può essere compianto dai suoi cari, protetto dalle intemperie e consolato dal profumo dei fiori poggiati sulla tomba e dalle lacrime dei suoi cari.
Di conseguenza si evince che le illusioni sono indispensabili all’uomo, senza le quali dovrebbe arrendersi all’idea della morte come causa di distruzione.

In seguito Foscolo afferma che solo chi non ha guadagnato l’affetto di nessuno può sostenere che le tombe non sono importanti, poiché nessun caro andrà a compiangerlo. Chi muore senza aver seminato affetto non si curerà del suo sepolcro poiché nessuno farà attenzione alla sua tomba, né una donna innamorata né un uomo che si trova di passaggio.
Si arriva così al tema centrale: le tombe non possono essere uguali.
La tomba di uno sconosciuto non sarà come quella di un grande personaggio. Chi non ha lasciato traccia di se stesso non si cura del suo sepolcro ma chi ha avuto rilevanza si interessa alla sua sepoltura, non solo per essere compianto dai suoi stimatori, ma anche perché la sua urna attirerà dei passanti che si ispireranno a seguire il loro esempio.
Il sepolcro è il luogo di ricordo del glorioso defunto.

Foscolo riprende il discorso dichiarando che una nuova legge intende collocare le tombe al di fuori delle città, riferendosi all’Editto di Saint-Cloud, e poi allude a Parini, definito come sacerdote di Talía, cioè la musa della commedia comica.
Nonostante fosse stato collaboratore dell’imperatrice austriaca Mariateresa, Parini era stato dimenticato dai milanesi, tra i quali dilaniava corruzione e assenza di buon senso. In questo contesto Foscolo si riferisce al principe corrotto Sardanapalo. Foscolo si rivolge alla musa Talía e le dice che il suo sacerdote è finito in una fossa comune, seppur egli abbia dedicato tutta la sua vita alla scrittura di opere comiche e satiriche (con il poemetto “Il Giorno” Parini derise l’aristocrazia di cui Sardanapalo era il simbolo).
L’autore domanda alla musa perché ha abbandonato Parini, il quale era sempre stato presente sotto il tiglio dove il poeta milanese si recava.

Foscolo suppone che Talía sia alla ricerca di Parini, dimenticato dai milanesi che celebrano musicanti lascivi e che hanno permesso che il corpo del poeta fosse macchiato dal sangue di un ladro assassinato sul patibolo. Foscolo suppone che, nella fossa comune dove si trova il corpo di Parini, i cani cerchino le ossa e gli uccelli cerchino la carne dei defunti per cibarsene.
La descrizione è molto macabra e rispecchia il gusto sepolcrale diffuso in Europa in quell’epoca. Alla fine della prima parte, Foscolo si arrende all’idea che Parini sia oramai caduto nell’oblio.

2ª parte: giustificazione storica


Nella seconda parte, Foscolo afferma che vi dev’essere la cura del rito dei morti perché questo è l’istituto che ha permesso all’umanità di fuoriuscire dallo stato animalesco. Tra gli istituti civili sono individuati anche il matrimonio, la giustizia e la religione. Secondo tale discorso, negare il culto dei morti significa regredire dal punto di vista storico.

Il culto dei morti, istituito insieme agli altri istituti civili, ha permesso agli uomini di divenire pietosi l’un verso l’altro e di sottrarre alle intemperie e agli animali feroci i resti miserabili che la natura destina verso altre forme.
Le tombe erano testimonianza di ciò che gli uomini avevano compiuto. Più sono decorate, maggiore è la gloria del defunto che riposa al suo interno.
Gli altari erano il luogo dove i figli e i posteri potevano domandare al loro caro dei consigli su quali scelte prendere e, quando questi giuravano in nome del proprio caro, accoglievano una decisione responsabile.
Foscolo dimostra che, nonostante fosse celebrato in maniera differente dai diversi popoli, il culto dei morti era continuato per secoli. Il poeta confronta alcune pratiche sepolcrali, cominciando dalle usanze italiane, su cui è particolarmente critico poiché considerata macabre.

Foscolo trova macabro che nelle chiese medievali siano conservate le lapidi, causa di odori poco piacevoli ai fedeli. In seguito si riferisce alle pratiche della chiesa volte a educare i vivi alle punizioni della morte e ai castelli medievali, dov’erano raffigurati scheletri, che mostravano la condizione umana in seguito la morte. Le madri, alla visione macabra della morte, venivano svegliate di notte dal pianto dei propri bambini, terrorizzati dalle immagini spaventose presentate dalle chiese, e dovevano tranquillizzarli.
Dopo la congiunzione avversativa “ma”, Foscolo continua dicendo che, prima del Medioevo, sulle tombe si faceva crescere cipressi e fiori ed erano posti vasetti votivi in cui versare lacrime.
Anticamente, oltre ai fiori e ai vasi votivi, era posta anche una luce, simbolo del Sole come riferimento all’individuo che, nell’attimo di morire, cerca l’ultimo raggio di Sole.
Nell’età classica si faceva crescere fiori in contrasto con la zolla funebre e chi si trovava alla tomba, era accolto dal profumo dei fiori.
I cimiteri classici erano luogo di pranzi e conversazione gioiosi.
Foscolo afferma che il culto dei morti dei classici è vivo ancora in una civiltà moderna, quella inglese. Ai cimiteri che sorgono al ridosso delle città, le donne britanniche erano solite ricordare i parenti e pregare Nelson, l’ammiraglio avversario di Napoleone che, dall’albero maestro della sua nave, scavò la sua bara. Esaltando Nelson, Foscolo inserisce un sottile riferimento antinapoleonico.
Chiedendosi in quali luoghi non si dà più importanza ai sepolcri, Foscolo afferma che tra i popoli non c’è più eroismo. Invece della gloria delle gesta vivono l’opulenza e il tremore che sono inutili e senza alcun valore da ricordare.
Pertanto Foscolo presenta:
• Esempi negativi -» l’Italia del Medioevo e l’Italia della sua epoca, dove la retorica e l’opulenza celano la mancanza di valori.
• Esempi positivi -» I classici e l’Inghilterra odierna.

Il discorso iniziato nella prima parte del carme, secondo cui chi non ha gloria non si cura della propria tomba, Foscolo lo applica ai popoli. Egli sostiene che i popoli che non hanno eroi non si preoccupano del culto dei morti e utilizzano tombe sfarzose per nascondere la loro mancanza di valori.
L’autore attacca ancora l’Italia del suo tempo, affermando che gli italiani celebrati con grandi tombe sono i dotti, i ricchi e i nobili. Queste sono le uniche presenze importanti in Italia e, seppur vivi, sono già sepolti nelle loro regge, dove per celebrarsi utilizzano i loro stemmi.
Foscolo persegue con il discorso già presentato da Goldoni, Parini e Alfieri, secondo cui i nobili sono improduttivi, senza valori e oziosi.
Mentre i dotti, i ricchi e i nobili sono interessati a una tomba sfarzosa, Foscolo dichiara che “a noi”, gruppo di persone ristretto di cui si sente parte, interessa vivere d’ideali e dare senso alla loro vita, negando l’apparenza. Foscolo si augura che a questo gruppo la morte regali un posto tranquillo dove riposare e che gli amici ottengano la loro eredità, non materiale, data dagli esempi di poesia libera non servile e da sentimenti sinceri.
L’eredità che Foscolo vuole lasciare è spirituale, egli si riconosce come uno scrittore libero da qualsiasi servitù.

In sintesi, secondo Foscolo


1. Il singolo che non si cura della sua tomba non ha raccolto affetti nella sua vita.
2. I dotti, ricchi e nobili tengono all’apparenza di grandezza priva di valori e celebrano tale maestosità esteriore.
3. Il gruppo a cui Foscolo appartiene ha una vita basata su forti ideali e vuole tramandare ai posteri i buoni esempi da seguire e forti sentimenti.

3ª parte: giustificazione patriottica


Nella terza parte del carme, Foscolo afferma che i sepolcri dei grandi sono fonte di stimolo per tutti quelli che, dotati di animo coraggioso, sono propensi a compiere grandi gesta.
Foscolo sottolinea che non tutti possono cogliere questo stimolo, ma soltanto quei pochi sensibili che riescono a riconoscere l’insegnamento proveniente dalle urne.
L’autore afferma che gridò un elogio a Firenze per la sua aria leggera e profumata e per le acque che scorrono dall’Appennino.
Esaltò Firenze quando, alla chiesa di Santa Croce, vide le tombe di Machiavelli, Michelangelo e Galileo Galilei. L’autore si sofferma su questi grandi personaggi:
• Machiavelli racconta alle genti del dolore sotto il principato e sminuisce il principe, fingendo di esaltarlo.
• Michelangelo, nella Cappella Sistina a Roma, ha dipinto un nuovo Olimpo.
• Galileo ha capito che nell’universo ci sono più mondi e le sue intuizioni hanno introdotto le ricerche dell’”anglo”, cioè Isaac Newton.
Foscolo continua a esaltare Firenze, descrivendo i colli, in festa per la vendemmia e popolati da case e gente operosa, e le valli, le quali emanano profumi che esalano nel cielo.
Rivolgendosi a Firenze, l’autore afferma che la città ha potuto conoscere per prima Dante, denominato “ghibellin fuggiasco”, e i suoi versi. La città ha dato alloggio a Petrarca, nato ad Arezzo e ispirato dalla musa Calliope, il quale celebrò Venere, l’amore. Tale amore, che in Grecia era impudico, egli lo aveva rivestito di un velo carnale.
Più di tutto, Firenze è beata per Santa Croce, che conserva le più grandi glorie italiane, la cui memoria è rimasta integra nonostante l’arrivo degli stranieri dalle Alpi mai protette. Tale arrivo ha portato via le armi, la sostanza, l’aere e anche la patria, conservando tuttavia la memoria.
Santa Croce è il luogo della memoria dei grandi per ispirare i sensibili.
Foscolo continua dicendo che chi ha ancora speranza di cambiamento in Italia devono venire a Santa Croce per essere ispirati dalle urne dei grandi che sono lì conservati.
Anche Vittorio Alfieri era solito andare a Santa Croce. Egli passeggiava lungo l’Arno nei momenti di rammarico per la situazione politica dell’Italia del suo tempo ma, poiché neanche i paesaggi fiorentini bastavano a calmarlo, andava a Santa Croce, dove arrivava pallido, come se fosse morto, ma pieno di speranza per ricevere conforto. Dice Foscolo, anche Alfieri è seppellito lì e, se ci si avvicina alla sua tomba, si sente ancora un fremito patriottico, come se si percepisse l’amor di patria dell’autore.
Il poeta (di origini greche) continua dicendo che la stessa cosa dovette avvenire agli ateniesi i quali, durante la seconda guerra persiana, si recarono alle tombe degli ateniesi morti durante la prima guerra per chiedere consiglio e trarre coraggio. La stessa cosa fanno i giovani alla tomba di Alfieri.
Se un marinaio si fosse trovato a passare, durante la guerra di Maratona, a largo dell’Eubea, vicino a Maratona, avrebbe potuto vedere le scintille delle armi degli ateniesi e i cippi, dove erano bruciati i loro corpi. Da lì si poteva solo sentire l’eco delle trombe, dello scalpitare dei cavalli e il pianto dei morti.
Per analogia, Foscolo si ricollega all’amico Ippolito Pindemonte, a cui chiede se, nel caso la sua nave lo avesse mai portato sul Mar Egeo durante i suoi viaggi, egli avesse sentito i racconti dell’antica Grecia e l’episodio delle armi di Achille.
Achille era stato il più grande guerriero greco e, dopo la sua morte, le sue armi sarebbero dovute andare al più grande guerriero dopo di lui, cioè Aiace. Tuttavia Ulisse, che era più furbo, prese per sé le armi ma alla fine gli dei fecero giustizia.
Con un maremoto, questi ultimi fecero sbalzare le armi dalla nave di Ulisse e le portarono alla tomba di Aiace. Ciò che non ebbe in vita lo ricevette dopo la sua morte. Foscolo intende affermare che ai generosi, prima o poi, la giustizia arriva anche con la morte, così come successe per Aiace.
Né la furbizia né il favore dei re servirono per far riavere le armi ad Aiace ma ci fu bisogno che gli dei facessero valere la giustizia.
Probabilmente Foscolo si considera tra i generosi, conclude dicendo che, anche se non avrà soddisfazioni in vita, ne avrà in morte, così come insegna il mito.

4ª parte: giustificazione poetica


Nella quarta e ultima parte del carme, Foscolo tratta la parte più alta dell’opera, cioè la giustificazione poetica. Egli afferma che gli eroi, seppur spazzati via dalla morte, saranno ricordati nei versi dei grandi poeti, tra cui Omero. Quest’ultimo, camminando per la Troade, trovò le tombe degli eroi di cui cantò le gesta.

Foscolo si colloca come erede dei grandi poeti del passato e si rivolge alle muse e chiede di essere investito del compito di immortalare i grandi (tema della poesia eternatrice, già presente nell’ode “All’amica risanata”) e di divenire cassa di risonanza per mantenere in eterno il loro ricordo.
Le muse, denominate anche come pimplee (per un mito che prevede che queste siano nate su un monte), siedono sui sepolcri e, quando il tempo da distrutto e spazzato via tutto, queste tramandano la memoria dei defunti attraverso i loro canti. Ancora oggi, dice l’autore, sorge nella Troade un luogo, reso eterno dalla ninfa Elettra, sposa di Giove e madre di Dardano, il quale è padre di Assarco e di tutti i figli di Priamo, ed è quindi il capostipite della gens troiana.
Quando Elettra stava per morire (Foscolo richiama la credenza dei greci secondo cui la vita è un gomitolo e, di tre parche, una srotola il gomitolo, una mantiene il filo tra le mani e l’ultima lo taglia), si rivolge a Giove, pregandolo di fare in modo, se realmente la ama, che renda la sua fama eterna, poiché non può regalarle l’immortalità. Giove ascolta piangendo la richiesta di Elettra e benedice la sua tomba, presso la quale furono sepolti tutti gli altri troiani.
Il luogo della sepoltura era spesso visitato dalle donne troiane, che piangevano per il ritorno dei propri mariti dalla guerra, e da Cassandra, figura mitologica dotata di un dono e di un difetto, era in grado di vedere il futuro ma non era creduta da nessuno.
Cassandra era solita a recarsi sulla tomba di Elettra con i suoi nipoti, a cui anticipava la futura distruzione di Ilio, cioè Troia, e la loro sorte di servi dei greci. Lei afferma che, anche quando ritorneranno alla città natale, non troveranno nulla, neanche le nuove mura cittadine, fatte erigere da Febo.
Tuttavia, Cassandra dice ai nipoti di fare ritorno alla tomba troiana, testimonianza della grandezza della città prima della sua distruzione.
Cassandra domanda alle palme e ai cipressi che circondano le tombe, piantati dalle donne troiane e idratate dalle lacrime delle vedove, di proteggere quel luogo. Dopodiché lancia una maledizione a chi tenterà di abbattere quegli alberi. Al luogo delle sepolture, continua Cassandra, arriverà un mendicante cieco e vecchio (Omero) che si domanderò di chi sono quelle tombe, le quali racconteranno la grandezza e gloria della storia di Troia, due volte rasa al suolo e due volte risorta. Omero, attraverso il suo racconto, eternerà le vittorie dei principi greci e ricorderò Ettore, il quale, nonostante fosse stato sconfitto, simboleggiava l’amore per la propria patria.
Foscolo termina affermando che vuole prendere l’eredità dei poeti che hanno eternato le grandi glorie del passato, così come Omero rese immortali le gesta dei troiani testimoniate presso la tomba di Elettra.

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