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Foscolo - Inno I – vv. 101 – 117

Sintesi

Al primo apparire delle Grazie, gli uomini, presi dall’ammirazione per la bellezza, abbandonano il loro modo di vivere primitivo, rozzo e selvaggio

Parafrasi con spiegazione

Non preghiere agli Dei, né danze nuziali [L’imeneo era il canto di accompagnamento della sposa che si avviava verso la casa del marito], erano sorti tra gli uomini, bensì un continuo latrato dei cani (= nel testo l’insistenza del suono cupo della u - perpetuo, l’ululato, tutta, udìa - diventa il simbolo dell’animalità e della ferocia dell’uomo primitivo] si diffondeva per tutta l’isola, e un rumore di giavellotti e gli uomini tra loro guerreggianti per contendersi le spoglie dell’orso cacciato ed ucciso, e il grido dei cacciatori feriti..
Invano, Cerere aveva donato l’aratro a quegli uomini feroci, invano, essa chiamo il giovane dio Bacco affinché ingentilisse la natura con la coltivazione della vite. L’aratro (definito “pio” come ogni oggetto od attività che si riferiscono alla semina) arrugginiva sui solchi appena tracciati (da Cerere nel momento in cui ne fece dono) disdegnato dagli uomini; e la vite restava come imprigionata davanti ai grappoli appena germogliati e comparsi sul ramo prima che essi fossero illuminati dai raggi autunnali del sole: e soltanto quando comparivano le Grazie, i cacciatori e le fanciulle disadorne ed i fanciulli deponevano l’arco ed il terrore primordiale, ammirando [lo spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi – la collocazione del gerundio alla fine del verso contribuisce a prolungare l’ammirazione degli uomini rozzi, come si preparassero a sentimenti più alti]
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