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Foscolo – Da Le Grazie – Inno II – vv. 395-404

Foscolo si trova nei pressi di Firenze, sulla collina di Bellosguardo, dove egli abitò dal 1812 al 1813, un momento molto favorevole stesura de Le Grazie.

Testo

Io dal mio poggio
quando tacciono i venti fra le torri
della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto a' taciti eremiti
del vicino Oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d'avena
le pecorelle sue chiama alla fonte.
Chiama due brune giovani la sera,
né piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza.

Parafrasi

Dal mio poggio (= la collina di Bellosguardo), io,
quando improvvisamente il vento tace
fra le torri di una Firenze percepita in lontananza( =vaga)
odo un Silvano (= divinità minore delle campagne e delle selve),
ospite sconosciuto ai silenziosi monaci
del vicino monte Oliveto:nel pomeriggio egli
usa come riparo delle frasche, e suonando una zampogna
richiama alla fonte il suo gregge.
La sera richiama due brune giovanette,
che mi sembrava non piegassero nemmeno l’erba mentre danzavano.
Esso conduce la danza.

Commento

L’elemento che domina questo frammento è rappresentato dalle sensazioni uditive, o meglio dal silenzio, interrotto dal suono della zampogna e da un passo di danza talmente lieve da non piegare nemmeno i fili d’erba.
All’inizio, il vento tace improvvisamente, come si trattasse di un vuoto d’aria che corrisponde ad un totale silenzio interiore del poeta. La visione di Firenze in lontananza sembra avvolta in un velo di nebbia, quasi a simboleggiare un ricordo lontano. Soltanto il poeta ode un Silvano; lo ode ma non lo vede, né evoca i suoi gesti o le sue azioni. La sua è soltanto un’evocazione silenziosa, lontana da ogni concretezza. La divinità è ospite del vicino monastero benedettino di monte Oliveto, ma la sua presenza è ignorata dagli stessi monaci e l’attributo “taciti” collegata a questi ultimi contribuisce ancor più a creare un’atmosfera di silenzio. Dalla connotazione del luogo (Collina di bellosguardo, monastero) si passa a quella del tempo. L’azione si colloca nel “meriggio”, cioè in quella parte della giornata più calda, dove la natura si riposa ed è circondata da un’aura silenziosa. Silvano si ripara dal sole sotto una tettoia di fortuna fatta di frasche e questo particolare suggerisce un che di incolto u. Dall’immagine della divinità che con il suono della zampogna, secondo un fare molto antico, richiama il gregge affinché venga ad abbeverarsi alla fonte, si passa a a quella sensuale delle fanciulle che danzano lievemente sotto la guida del giovane. Negli ultimi versi, è importante notare il passaggio dal tempo presente al tempo passato (“chiama” …. “mi parean”); questo significa che nella visione del tempo antico, il poeta inserisce un ricordo del proprio passato, cioè la visione di fanciulle danzanti, forse vedute una sola volta e seppellite nella memoria, passando così dal mito attuale al ricordo. Nell’ultimo verso Foscolo ritorna al mito, accennando a Silvano che guida la danza e nell’attimo stesso, ritornando al presente è come se la visione si dissolvesse ed il vento tornasse a mormorare fra le torri fiorentine.
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