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Vita


Figlio di un medico italiano e madre greca, nasce a Zacinto (Zante) nel 1778, esaltata spesso nelle sue poesie, gli conferì un amore per la cultura e gli ideali classici, si trasferì poi a Spalato frequentando il seminario. Alla morte del padre nel 1788 la madre si trasferì a Venezia e Ugo la seguì 5 anni dopo, studiando poi l’italiano e cominciando a scrivere i primi versi, acquistando fama, nonostante fosse povero.
Era entusiasta degli ideali della rivoluzione francese, avendo problemi con il governo oligarchico-conservatore di Venezia, fuggendo nel 1796 sui Colli Euganei, nel 1797 scrisse la tragedia “Tieste”. Si alleò nelle truppe della Repubblica cispadana ai tempi delle azioni napoleoniche, scrivendo inoltre per lui “A Buonaparte liberatore”, esaltando il generale come portatore di libertà, tuttavia nel novembre con il trattato di Campoformio Napoleone annesse la repubblica di Venezia all’Austria, sentendosi il poeta tradito, oltre ad aver ciò influenzato i suoi scritti, si trasferì a Milano, tuttavia continuò a prestare servizio nelle armate Napoleoniche, sperando che tutto ciò contribuisca alla creazione di un’Italia moderna.
Non appartiene a nessuna corrente in particolare: è illuminista, neoclassicista e crede che la storia sia ciclica.
Nell’era napoleonica conobbe Parini e Monti, cercando inoltre una collocazione sociale per il suo lavoro da poeta. Lavorò come aiuto cancelliere a Bologna, si rialleò nell’esercito a causa degli Austriaci, restando sconfitto a Genova e dopo la vittoria di Marengo conobbe un’era serena e ricca di amori a Milano e Firenze. Ottenne una cattedra di Eloquenza a Pavia che venne subito soppressa dal governo, il suo atteggiamento nei confronti del regime napoleoniche gli procurò inimicizie, compose l’”Aiace” rappresentando Agamennone come il tiranno napoleonico, le repliche furono soppresse ed egli fuggì a Firenze, durante il cui periodo visse in pace e compose nella villa di Bellosguardo le “Grazie”.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia si arruolò di nuovo, e dopo la sconfitta finale a Waterloo il generale Bellegarde gli offrì un posto nella rivista “Biblioteca italiana”, ma Foscolo rifiutò, fuggendo prima in Svizzera e poi a Londra. In questo periodo Foscolo venne accolto benevolmente dagli inglesi, trovando però incomprensioni anche con gli esuli italiani che lo elogiavano. Visse in estrema miseria essendo molto spendaccione e cercò appoggio nelle riviste inglesi attaccando il nuovo Romanticismo Milanese. Negli ultimi anni della sua vita si nascose nei sobborghi poveri di Londra, confortandosi traducendo l’Iliade e morì nel 1827 a Turnham Green, nel 1871 i suoi resti vennero portati a Santa Croce, dove risiedevano le salme di coloro di cui aveva cantato nei suoi “Sepolcri”.

La cultura e le idee


Fra le componenti culturali di Foscolo si hanno la tradizione classica, l’Illuminismo settecentesco e le sollecitazioni preromantiche. La sua poesia fu influenzata dall’Arcadia, perfetta solo nella forma, dai classici greci e latini e da autori quali Dante e Petrarca. Dai moderni coglie l’indipendenza e il moralismo civile di Parini e la voglia di libertà di Alfieri, il sentimentalismo di Rousseau e Goethe, la cupezza barbarica di Ossian portata in italia da Cesarotti, interpreta in chiave laica i poeti cimiteriali inglesi. Fra le radici politiche di Foscolo si ha in primo luogo Rousseau, che propone una visione libertaria ed egualitaria, sosteneva che l’uomo fosse buono di natura ma corrotto dal demone della civilizzazione. In seguito però Foscolo seguì autori quali Machiavelli e Hobbes che avevano una visione pessimistica della natura e dell’uomo, malvagio, sostenendo che la società è una lotta di tutti contro tutti, in cui vince il più forte.
Al pessimismo Foscolo affianca una concezione materialistica della realtà proveniente non solo dalle sue radici illuministe, ma anche classiche quali Democrito, Epicuro e Lucrezio. Questa concezione esclude lo spirito, se non come produzione della materia stessa e nega il trascendente e la sopravvivenza dell’anima dopo la morte, il mondo è conseguenza di una serie di eventi meccanici. Foscolo sa bene che questa concezione potrebbe provocare un pessimismo causante indifferenza, fatalismo e passività. Infatti la sua concezione eroica e attiva della vita, propria di Foscolo, lo spinge a cercare alternative a questa corrente di pensiero, volendo riavvicinarsi ad una dimensione ideale, tuttavia non supererà mai le concezioni materialistica e meccanicistica.
Per Foscolo le arti e la letteratura hanno funzioni precise: in primis vi è la bellezza che ha il compito di purificare l’uomo, consolandolo dalle sofferenze e dalle angosce del vivere e liberandolo dai conflitti della vita associata; ha inoltre una funzione civilizzatrice, rendono l’uomo più umano liberandolo dai suoi istinti primordiali violenti insegnandogli il rispetto per gli altri e la passione per i sofferenti; importante è la funzione di riuscire a tramandare la memoria di un qualcosa, in particolare la storia di una nazione che renderebbe un’accozzaglia di individui un insieme coeso di persone appartenenti a una stessa nazione, da ciò ne deriva quindi una funzione patriottica, necessaria per trasformare un popolo diviso in uno coeso.

“Le Ultime lettere di Jacopo Ortis


“Le Ultime lettere di Jacopo Ortis” è un romanzo epistolare, autobiografico scritto per Lorenzo Alderani, fu pubblicato una prima volta parzialmente a causa della guerra nel 1798 (concluso da Sassoli), poi nel 1802, poi nel 1816 a Zurigo e nel 1817 a Londra: ricoprì buona parte della vita di Foscolo. Fra i modelli abbiamo come il più importante “I dolori del giovane Werther” di Goethe”, ma vi è anche quello della “Nuova Eloisa” di Rousseau. In comune con “I dolori del Giovane Werther” l’opera di Foscolo ha l’intreccio principale, ossia il suicidio di un ragazzo per amore di una donna, accompagnato dal tema dell’impossibilità di inserirsi in un contesto sociale del poeta, ossia il rapporto fra intellettuale e società. Importante elemento è la spiegazione di questo fenomeno tramite una vicenda privata e psicologica: come il ragazzo è impossibilitato dall’amare e sposare la donna (Teresa Pikler) poichè promessa sposa di un uomo (Monti) così il poeta non riesce a inserirsi nella società. La differenza fra Goethe e Foscolo è che quest’ultimo inserisce l’elemento della sofferenza non solo per l’amore ma anche per la patria, Foscolo non si suiciderà poichè crede nelle illusioni.
Nel dramma di Werther vi è un conflitto dell’intellettuale con la società, in particolare i suoi caratteri sentimentali non si inseriscono nella borghesia razionalista, così come quest’ultima è respinta dall’artistocrazia, dalla mentalità chiusa dai suoi privilegi. In quello di Foscolo vi è una differena, l’angoscia sta nella “mancanza” di una patria, un tessuto politico e sociale in cui inserirsi. Inoltre “I dolori del giovane Werther” è stato scritto nella Germania dell’assolutismo principesco precedente alla rivoluzione francese, dominio dell’aristocrazia e borghesia vile e reazionaria mentre “Le Ultime lettere di Jacopo Ortis” nell’Italia napoleonica delineata dalla presenza di una “tirannide straniera”, successiva alla Rivoluzione Francese. In Werther vi è il dolore causato dalla voglia impossibile di trasformare il mondo in uno diverso, in Jacopo invece la disperazione è causata dalla delusione rivoluzionaria e dal tradimento (napoleonico) delle speranze patriottiche e democratiche, vedendo la propria libertà abbandonata nella tirannide, l’unica soluzione è quindi la morte. Tuttavia l’opera di Foscolo non è solo nichilista, vi è comunque una ricerca dei valori positivi (illusioni) che permettano di superare i vicoli cieci della storia: la famiglia, gli affetti, la tradizione culturale italiana, questi motivi saranno poi ripresi nei “Sepolcri”. Il nichilismo ha quindi una soluzione nell’esperienza foscoliana ed è solo un polo di una dialettica attiva.
Affianco al cogliere i problemi delle generazioni post-rivoluzionarie italiane, l’opera di Foscolo trasferisce seppur impropriamente il genere del romanzo moderno in Italia, solo che a differenza della “Nuova Eloisa” e del “Werther” vi è mancanza dell’interesse narrativo, infatti l’”Ortis” si presenta come un lungo monologo in cui l’eroe si confessa con pathos attraverso anche meditazioni filosofico-politiche, vi è una spinta lirica, saggistica e oratoria. Lo stile dell’opera è caratterizzato da una sintassi molto compless ed è una prosa aulica, tende al sublime e vi è grande presenza di antitesi, simmetrie ed ellissi, vi sono inoltre reminiscenze libresche ed enfasi retorica. Parallelamente alle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” vi doveva essere un’altra opera autobiografica scritta presumibilmente nel 1801: il “Sesto tomo dell’io”, in cui vi è però un atteggiamento umoristico ed ironico, caratterizzato dalle letture di Laurence Sterne come modello, che frutterà la traduzione del “Viaggio sentimentale” e la creazione della “maschera” di Chierico, antitesi di Jacopo Ortis.

“Il sacrificio della patria nostra è consumato”


Composizione da “Le Ultime lettere di Jacopo Ortis” trattante il tradimento di Napoleone ed il trattato di Campoformio del 1797. In questa prosa prevalgono sin da subito le due tematiche del nichilismo e dell’illusione: il poeta identifica la morte come unica via d’uscita da una situazione politica precaria e senza via d’uscita, tuttavia al tema del nichilismo si affianca quello dell’illusione, infatti la morte è vista come una forma di sopravvivenza, anche perché il poeta sarà ricordato nel tempo grazie alle sue azioni, inoltre grazie alla morte vi è il ricongiungimento alla terra dei padri. Lo stile è di tipo epistolare, il che conferisce la funzione di narratore al protagonista, inoltre vi sono sentimenti vissuti in prima persona molto forti, quasi all’Alfieri. Infatti l’opera è caratterizzata da una tendenza al sublime e dalla ricerca di una sublimità tragica, la secchezza delle frasi sta a indicare già la morte (frasi che sembrano stare su lapidi) come se fossero direttamente sulle labbra di personaggi famosi romani o delle tragedie alfierane, grande importanza è data dalle interrogazioni retoriche.

Odi e sonetti


Sin da giovane Foscolo cominciò a scrivere poesie di vario metro: simbolo di apprendistati neoclassici, arcadici e sepolcrali, ed inoltre di impegno politico e civile. Il poeta pubblicò nel 1803 le “Poesie” che contengono due odi e dodici sonetti.

Le odi


Due odi: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata, risalgono al periodo della scrittura dell’Ortis, quest’ultimo ha un tono più cupo tendente al soggettivismo preromantico mentre le due odi sembrano avere tendenze neoclassiche: viene esaltata la bellezza femminile, facendo riferimento alle divinità greche, le rappresentazioni visive sono armoniose e vi sono continui rimandi mitologici, lo stile è inoltre aulico e avente struttura e precisione di tipo classico. La prima ode rimanda ad una galanteria tipica del settecento, la seconda si propone di discorrere filosoficamente sulla bellezza ideale e sui suoi effetti positivi sull’uomo (rasserenare e purificare l’animo). Il neoclassicismo di Foscolo non è quindi prettamente “esteriore” alla maniera arcadica ma ha bensì esigenze più profonde e autentiche, simbolo di un periodo storico tormentato, che necessita la contrapposizione di valori positivi ad esso, la cui portatrice è la letteratural.

Sonetti


I sonetti condividono con l’Ortis la materia passionale e autobiografica, in cui vi è la soggettività alfieriana ma anche un rimando a poeti quali Petrarca ed i poeti latini. I più importanti sono Alla sera, A Zacinto e In morte del fratello Giovanni. La struttura è rovesciata rispetto ai canoni tradizionali: nel metro, nelle immagini e nel ritmo. Vi sono inoltre le riprese delle varie tematiche dell’Ortis: la presenza di una figura eroica tormentata, il conflitto con il proprio tempo, la morte come via di scampo, l’esilio come condizione politico-esistenziale, la situazione precaria umana; l’illusione della sepoltura in cui vi è il ricordo del poeta, il rapporto con la terra madre, la poesia come strumento per raggiungere l’eternità. Vi è dunque il tema sia nichilistico che illusorio della poesia Foscoliana, che verrà confermato nei Sepolcri.

A Zacinto


Nè più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
Del greco mar, da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
Col suo primo sorriso, onde non tacque
Le tue limpide nubi e le tue fronde
L’inclito verso di Colui che l’acque

Cantò fatali, ed il diverso esiglio
Per cui bello di fama e di sventura
Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

Sintassi


Partendo dalla sintassi del sonetto, vi è una rottura dello schema tradizionale, in quanto non vi è coincidenza fra il blocco sintattico e la struttura strofica, i quali si dividono in due parti: dal verso 1 all’11 vi è la descrizione di Zante (Zacinto) mentre nell’ultima terzina Foscolo spiega il proprio destino tragico. Il sonetto è inoltre marcato dalla presenza di enjambement, questa discontinuità sintattica si pone come discorso lirico modellato dell’inquietudine della passionalità soggettiva, inoltre ciò conferisce un flusso sinuoso e ininterrotto alla poesia, quasi simile all’andamento del viaggio di Ulisse, metaforicamente.

L’eroe classico e l’eroe romantico


Nel sonetto vi è una chiara contrapposizione tra l’eroe classico omerico e quello romantico, innanzitutto il fato prescrisse che Ulisse dovette tornare in patria, mentre per Foscolo non fu così: l’eroe classico è positivo e conclude felicemente i propri pellegrinaggi, l’eroe romantico è negativo e non li conclude bene. La rappresentazione di questo nuovo tipo di eroe in quest’età, in una situazione precaria, smarrito, è data dalla proiezione simbolica della condizione dell’intellettuale in questo periodo: egli non riesce a inserirsi in un contesto sociale preciso essendoci stato un cambio da una società aristocratico-nobiliare ad una prettamente borghese, proprio per questo il poeta ama rappresentarsi come un esule, destinato alla sconfitta e che si ritiene estraneo al mondo in cui vive.

Il ritorno alla madre


Vi è un desiderio di ritorno alla madrepatria in seguito alla consapevolezza di un’inevitabile sconfitta. Vi è una relazione fra la figura della madre, Zacinto e Venere, innanzitutto perchè entrambe nascono dalle acque, la prima dà idea di maternità e la seconda idea di fecondità. Il bisogno di essere seppellito in terra madre equivale ad un ritorno al grembo materno, che implica inoltre, essendo Zacinto un’isola greca, un ritorno all’età classica, perduta nel tempo, vi è dunque un parallelismo fra l’infanzia di Foscolo e le origini mitiche della realtà. Di grande importanza nel sonetto è l’elemento dell’acqua, indice di maternità e datrice di vita, dove manca, lì non si può vivere, ed è chiaramente evidente a livello sintattico l’importanza di questo elemento, attraverso vari termini e soprattutto le rime, che finiscono con “onda” o “acque”.

Dei Sepolcri


Introduzione


I “Sepolcri” sono un poemetto scritto nel 1807 composto da 295 endecasillabi sciolti in merito ad una discussione avuta con Ippolito Pindemonte sull’editto di Saint-Cloud nel 1804 con cui si vietavano le costruzioni di cimiteri in città o addirittura si imponevano el fosse comuni. Pindemonte sosteneva il valore delle tombe mentre in un primo momento Foscolo ribadì la sua concezione materialistica della morte, superandola riconsiderando poi il valore delle tombe in vari campi, quale civile affettivo e reminescente. Nel poemetto si inserisce anche un motivo politico, Foscolo con l’illusione arriva a proporre la possibilità dell’azione politica grazie alla storia che conserva tradizioni passate, che si ripete ciclicamente. I “Sepolcri” pur avendo alle spalle il poema cimiteriale, si presenta come una poesia civile e di animazione della politica italiana, è quindi una riflessione filosofica e politica, mirante molto alle figurazioni. Vi sono infatti illusioni quali la morte come ritorno al grembo materno della terra, oppure il valore civile delle tombe dato dalle tombe delle antiche civiltà, fungono quindi anche da memoria. La struttura non vuole mirare alla logica umana bensì alla fantasia ed al cuore, infatti l’impostazione è ellittica, omette molti passaggi da un concetto all’altro, il che conferisce una nota lirica ma di difficile lettura, tanto da essere necessaria una sintesi iniziale al critico Guillon. I toni del poemetto sono inoltre diversi, partono da un inizio problematico, all’argomentazione e quindi alla celebrazione dell’inno e il canto dei classici. Importante è la prospettiva spazio-temporale che conferisce una suggestione di estrema vastità del poema, ad esempio gli spostamenti da spazi chiusi ad aperti, da spazi piccoli a infiniti, dall’età contemporanea a quella medioevale a ritroso. Il linguaggio è aulico e il periodare complesso avente come modello le opere di Parini e Alfieri, le parole sono ricche di echi e suggestioni (omessi), la sintassi è di tipo conciso oppure complesso. L’endecasillabo sciolto è il metro tipico classico e qui è usato con estrema duttilità grazie anche agli artefizi retorici, melodici e di suono.
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