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Giovan Battista Marino


Il Seicento rappresenta nel campo delle lettere il trionfo dell’effetto più che del gusto, della forma più che del contenuto.
I poeti seicentisti sentono che il Rinascimento è giunto ad un grado di perfezione, oltre il quale non resta che la creazione ex novo; il desiderio di novità è appunto la caratteristica del secolo.
Ma poiché la povertà della vita storia (predominio spagnolo) e della vita interiore (ipocrisia delle classi colte nel secolo della Controriforma) impedisce la creazione di un nuovo contenuto, di una nuova coscienza, i poeti seicentisti s’illudono di creare modificando le forme; si lavora specialmente nell’innovare la parola; si bada non a ciò che si dice, ma al come si dice. Perciò il più celebrato poeta del secolo è Marino. Infatti la sua opera poetica è certo la più significativa espressione della tendenza barocca in Italia, così come la sua stessa personalità e vicenda autobiografica ben rappresentano un tipo d’umanità e di vita “barocca” sia per le sue smisurate ambizioni e per le sue avventurose peripezie sia per la debolezza morale, le preferenze dell’apparire sull’essere.

Vita


Giovan Battista Marino è nato a Napoli nel 1569, visse fra attività letteraria, spregiudicate vite amorose, debiti e incarceramenti che lo costrinsero a riparare a Roma e a Ravenna (al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini) per poi passare a Torino nella corte di Carlo Emanuele I, finché, avendo sparlato del duca, fu incarcerato. Passò poi alla corte francese a Parigi dove fu onorato, protetto e ven pagato da Maria dei Medici e dal re Luigi XIII; fu accolto con grandissimo favore dai letterati francesi, che lo ammirarono come maestro di una nuova scuola poetica, specie per il poema Adone. Nel 1623 rientrò in Italia, fu accolto a Roma e poi a Napoli con onori altissimi come gloria poetica della nuova letteratura italiana. Morì a Napoli nel 1625. In realtà il Marino non ebbe una vera vita di sentimenti religiosi e di profonde persuasioni morali e ideali. Questa sua mancanza di moralità si nota anche nelle sue opere dove egli si preoccupa dell’esaltazione descrittiva perché colpiscano più i sensi che i sentimenti del lettore.

Opere


La sua produzione più notevole è contenuta nei tre libri della Lira, nella Galleria, e nella Sampogna; ma l’opera più famosa è il poema Adone. L’Adone narra le vicende del mitico pastore di nobile stirpe che si innamora, ricambiato, di Venere nell’isola di Cipro, dove, nel giardino del Piacere, passa insieme all’amata attraverso le gioie procurate dai sensi e quelle dell’intelligenza e visita con lei, il cielo della luna, degno dei mali e dei sogni, il cielo di Mercurio, regno dell’arte, il cielo di Venere, regno della bellezza. Adone, perseguitato da Marte, amante di Venere, è costretto a fuggire da Cipro e a ripararsi presso la maga Falsirena che lo tramuta in pappagallo. Salvato poi da Mercurio e ripreso il suo aspetto umano ritorna a Cipro e viene nominato da Venere re di Cipro. Marte aizza contro di lui un cinghiale che lo ferisce e lo uccide provocando la disperazione di Venere, la quale onorerà la sua morte con l’istituzione di giochi funebri descritti a lungo nella fine del poema con l’inserimento in essi di un sontuoso avvenimento contemporaneo: la notte di Luigi XIII, re di Francia, e di Anna, principessa d’Austria.
Il poema dovrebbe avere una sua allegoria morale: il piacere smoderato, senza regole, finisce in dolore; ma in realtà il Marino scrive per esaltare tutte le gioie della vita materiale e la sua allegoria è una concessione al secolo ipocrita.
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