Mongo95 di Mongo95
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Prima di tutto è necessario tentare di mettere in discussione il luogo comune che vede l’età umanistica-rinascimentale come di pensiero tutto positivo, di “età della luce” dopo l’“età delle tenebre”. È una visione che ha avuto larga fortuna nei secoli seguenti, ma che già era presenti negli stessi autori dell’epoca, con funzione ideologica: l’età dell’uomo al centro del mondo che si libera del giogo religioso medievale, il ritorno all’antica sapienza, un nuovo senso storico.
Però questa è una visione riduttiva. Tutto ciò esiste ben in quest’epoca, ma piuttosto in modalità “programmatica”, un annuncio di qualcosa a cui si vuole giungere. Ma accanto a questa componente è presente anche quella di una visione disincantata, realistica, di tutti quelli che sono gli aspetti negativi della vita umana. Questa doppia visione a volte è presente anche contemporaneamente in alcuni autori, come Alberti, con una continua tensione interna ma mai contraddittorietà.

La chiave di lettura è quella di cercare di analizzare i due concetti nella loro dialettica, che racchiude la ricchezza del periodo. Sembrano contrapporsi, ma in realtà spesso si compenetrano.
Da una parte la dignità dell’uomo, dall’altra la miseria. Il tema della follia è emblematico, declinato in vari modi, anche all’interno degli stessi autori. È così scontato che la follia sia solamente un aspetto della miseria dell’uomo, un abbandono e perdita della ragione, un momento oscuro? Ma la si può concepire anche in termini non necessariamente negativi, per esempio come necessariamente opposta alla ragione, in cui essa ha le sue origini come negazione. Quale è il confine tra follia e ragione, e non può esistere compenetrazione tra l’una e l’altra?
L’uomo, quindi, è un essere degno di essere celebrato oppure è miserabile? La verità probabilmente sta nel mezzo, con copresenza di queste componenti, creando una dialettica su cui si gioca tutta la visione dell’uomo in questo periodo.

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