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Italia delle corti

L’instabilità e la debolezza degli ordinamenti comunali avevano portato, nel passaggio fra Tre e Quattrocento, alla nascita in molte aree italiane di signorie e principati. Quando la pace di Lodi (1454) stabilizza la situazione della Penisola, emerge ormai con chiarezza il ruolo egemone di alcuni Stati regionali, frutto di lunghe politiche militari e diplomatiche di espansione territoriale. Per rafforzare i loro Stati e acquisire prestigio spesso i principi praticarono un generoso mecenatismo: schiere di intellettuali, artisti, architetti concorrevano, con la loro opera, a rendere visibile l’aspirazione della città alla centralità politica. La meraviglia generata dalle opere d’arte induce i sudditi a vedere nel potere del signore una forza capace non solo di garantire successo politico, economico e militare, ma anche di offrire un dono generoso e gratuito, che suscita orgoglio e devozione. Il dominio del principe si collega così con la magnificenza artistica, imperniando la prima forma di Stato moderno sul potere della corte e insieme sull’esibizione del bello. L’altra faccia della medaglia consiste nel rapporto di dipendenza che lega gli intellettuali al potere signorile, spesso impiegati come funzionari di corte. Tale condizione non mancò di produrre reazioni: se nella sua dimensione pubblica il letterato era chiamato a dar lustro e sostegno al potere, nella dimensione “privata” poteva maturare un atteggiamento di insofferenza nei confronti dei vincoli imposti dalle scelte del signore anche in campo culturale. Questa insofferenza in casi particolari sfociò anche in scelte non conformistiche e “irregolari”.
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