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Rinascimento padano


Le corti dell’Italia centro-settentrionale, tra la seconda metà del Quattrocento e il primo Cinquecento, presentano molti tratti di una realtà comune che si usa rappresentare con la denominazione di “Rinascimento padano”. A caratterizzare questa esperienza umanistica è una grande fioritura letteraria che affonda le sue radici nell’incontro delle fonti classiche e romanze, nella connessione con il mito, nella propensione alla narrazione: connotati parimenti presenti nella produzione artistica figurativa dell’area padana. Queste caratteristiche si riscontrano anche nel mecenatismo di una corte dell’Italia centrale, quella di Urbino. Tuttavia, se si può introdurre un’approssimativa distinzione in questo vasto contesto geografico, si rileverà che le corti padane di Milano, Mantova e Ferrara subiscono un più forte influsso della cultura francese, mentre Urbino è invece assai più legata all’influenza politico-culturale dello Stato della Chiesa.

La prima fase dell’Umanesimo milanese coincide con la lunga signoria (1412-47) di Filippo Maria Visconti, la cui politica di promozione culturale poggia principalmente sul sostegno alla prestigiosa Biblioteca ducale e sull’attività dello Studio universitario di Pavia. La successione dai Visconti agli Sforza, intorno alla metà del secolo, non comporta una frattura netta nelle politiche culturali, anzi, la vita culturale milanese conosce la sua stagione più vivace sotto la reggenza di Ludovico il Moro (1480-1500), che ambisce a fare della corte milanese una nuova Atene d’Italia. Giungono allora a Milano umanisti, poeti e musicisti, ma anche artisti del calibro di Bramante e Leonardo da Vinci. Anche dopo la caduta del Moro, la situazione resta sostanzialmente immutata, f ino al passaggio di Milano sotto il controllo dell’imperatore Carlo V (1525) che porta all’esodo dallo Stato degli intellettuali più brillanti. Tra questi vi è Matteo Bandello (1485-1561), intellettuale cortigiano e chierico, autore di quattro libri di Novelle in cui confluisce un ricco materiale tratto dalle vicende del Ducato. Ciascuna novella è preceduta da una dedica a un personaggio illustre, in cui si precisano le circostanze in cui l’episodio è stato appreso dall’autore, acquisendo così una garanzia di veridicità. Dal punto di vista linguistico Bandello propone una soluzione originale che non si conforma al modello letterario toscano, ma impiega elementi lombardi e un registro medio proprio della conversazione cortigiana.

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