Concetti Chiave
- Il sonetto è ispirato da un episodio personale di Lorenzo il Magnifico, che ricevette dei fiori dalla donna amata, Lucrezia Donati.
- L'uso delle "purpuree viole" nel sonetto si riferisce ai garofani, evidenziato dall'aggettivo "purpuree".
- Il sonetto presenta una serie di interrogazioni che esprimono l'estasi di fronte alla bellezza dei fiori, creando un testo dinamico e raffinato.
- Il poema mostra chiaramente influenze petrarchesche, stilnovistiche e della letteratura cortese, sottolineando la cultura di Lorenzo.
- Il sonetto segue uno schema metrico ABBA, ABBA, CDE, CDE, tipico della tradizione poetica italiana.
Indice
Origine del sonetto
Nel Commento, Lorenzo il Magnifico scrive di essere stato molto afflitto in un periodo in cui non gli era stato possibile vedere la donna amata (Lucrezia Donati) e che essa, allora, poiché era solita tenere in casa alcuni vasi di certe piante di viole, si impietosì e gliene mandò alcune per mitigare la pena amorosa. Con l’espressione “purpuree viole” erano chiamati i garofani e questa interpretazione è confermata dall’aggettivo “purpuree”. Il sonetto è caratterizzato da un susseguirsi di interrogazioni, frutto di un atteggiamento estatico di fronte alla bellezza dei fiori e questo crea un testo assai movimentato anche se, alla fine, tutto si risolve in un complemento raffinato e garbato. La fonte d’ispirazione petrarchesca è molto evidente, ma non mancano influenze della letteratura cortese e stilnovistica, un fatto che dimostra la pregevole cultura del poeta, da vero mecenate quale esso era.Schema metrico: ABBA, ABBA, CDE, CDE.
Testo
Belle, fresche e purpuree viole,che quella candidissima man colse,
qual pioggia o qual puro aer produr vòlse
tanto piú vaghi fior che far non suole?
Qual rugiada, qual terra o ver qual sole
tante vaghe bellezze in voi raccolse?
onde il suave odor Natura tolse,
o il ciel che a tanto ben degnar ne vuole?
Care mie violette, quella mano
che v’elesse infra l’altre, ov’eri, in sorte,
v’ha di tanta eccellenzia e pregio ornate.
Quella che ’l cor mi tolse e di villano
lo fe’ gentile, a cui siate consorte,
quell’adunque e non altri ringraziate.
Parafrasi
Oh belle, fresche e viole color porporache furono colte da quella mano bianchissima
quale pioggia e quale aria pura volle far crescere
dei fiori tanto più belli di ogni altro fiore che la natura è solita produrre.
Quale rugiada, quale terreno, oppure quale sole
fece sì che in voi fossero riunite tante bellezze?
Per cui, il soave profumo fu tolto dalla Natura
o dal Cielo che mi vuole far degno e lieto di tanto caro dono
O care mie viole, fu quella mano (=la mano della mia donna)
che vi prescelse fra tante altre laddove eravate (= in quei vasi “bellissimi” come scrive Lorenzo il Magnifico nel
“Commento”) a darvi tanta bellezza e a rendervi a me tanto pregevoli; (La bellezza dei fiori è derivata dalla bellezza della donna che li ha toccati)
quella stessa mano che mi ha preso il cuore, e da rozzo che era
lo ha reso nobile (Questo è un concetto ripreso dal dolce Stilnovo: come la mano ha reso belli i fiori toccandoli, così ha ingentilito l’animo del poeta, come se la donna avesse un potere taumaturgico), al quale cuore ora voi siete legate da un’identica sorte (= le viole, per virtù della donna amata sono diventate nobile come il poeta);
ringraziate questa donna e non altre.
(La critica è generalmente concorde nell’affermare che questi pensieri di Lorenzo il Magnifico sono soprattutto delle ripetizioni di moduli letterari che rivelano nello scrittore una certa cultura e una grande esperienza artistica e non la poesia vera e propri.