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Matteo Boiardo - L’orlando innamorato: parafrasi del proemio


Signori e cavalieri che vi radunate per sentire cose piacevoli e mai udite prima, state attenti e zitti e ascoltate la bella storia che da origine al mio canto; e vedrete le gesta, gli atti straordinari che fece il nobile e coraggioso Orlando al tempo in cui Carlo era imperatore.

Non vi sembri, signore, stupefacente di sentir cantare di Orlando Innamorato. Perché anche i più orgogliosi, duri e insensibili sono vinti dall’amore, del tutto soggiogati; nessun braccio potente, nessun animo forte, nessuno scudo, nessuna maglia di ferro della corazza, nessuna spada affilata o altre potenze possono difendersi da Amore, che alla fine li batte.

Questo racconto è noto a poca gente, poiché lo stesso Turpino lo nascose, credendo forse che questo creasse dispiacere al paladino Orlando, dato che rispetto a chi è stato vinto dall’amore fu invece perdente colui che vinse tutte le altre cose: penso che Orlando sia il cavaliere perfetto. Nessun’altra parola, veniamo al fatto.

La vera storia di Turpino racconta che nelle terre di oriente, al di là dell’India, regnava un grande re così potente sia per forza che per ricchezza, e così fiero della sua persona che a confronto il mondo era da lui stimato niente: quell’emiro, poco corretto ma molto forte, si chiamava Gradasso.

Alla fine del suo discorso, inginocchiata davanti a Carlo, attendeva risposta. Ciascun paladino la osserva come se fosse una creatura meravigliosa, ma ad avvicinarsi a lei è soprattutto Orlando, con il cuore tremante e con l’aspetto mutato, benché tenesse nascosto il proprio desiderio e abbassasse lo sguardo provando vergogna per se stesso.

“Ahime, pazzo Orlando”, diceva in cuor suo, “come ti lasci trasportare dal desiderio! Non vedi l’errore che ti allontana dalla retta via e che ti fa peccare contro la legge di Dio. Dove mi sta trascinando la mia sorte? Mi vedo perduto e non riesco a difendermi; io, che consideravo il mondo senza valore, senza armi sono stato vinto da una fanciulla.

Non posso staccare dal mio cuore la vista di quel volto sereno, perché senza di lei mi sento morire (concezione stilnovistica) e la vita poco a poco venir meno. Ora, contro l’amore che mi ha già catturato, non mi servono a niente né la forza né il coraggio; non mi serve la conoscenza né il consiglio di qualcuno, poiché vedo ciò che è meglio ma scelgo il partito peggiore”.

Così, Orlando si lamentava tra se e se di quest’amore, ma il duca Namo, canuto e grigio, pativa la stessa pena d’amore, anzi, essendo impallidito, tremava meravigliato e stanco. A che serve dire altro? Ogni barone si innamorò di lei, persino re Carlo.

Tutti stavano immobili e sbigottiti, guardandola con sommo desiderio; ma Ferraù, giovanetto innamorato, aveva l’aspetto di un fuoco vivo, e per tre volte prese la decisione di strappare Angelica a quei giganti contro la loro volontà, e per altrettante volte tenne a freno quell’idea bizzarra per non fare un simile torto all’imperatore.

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