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Francesco Petrarca (Arezzo 1304 – Arquà 1374)

Biografia: la famiglia, a causa della cacciata del padre nel 1302 in quanto guelfo Bianco, è costretta a spostamenti: Pisa (1311) e Avignone (1312). Nella vicina Carpentras Petrarca studia retorica, grammatica e dialettica con Convenevole da Prato. Indirizzato dal padre notaio alla professione giuridica, studia prima all’Università di Montpellier (1316-1320), poi a quella di Bologna (1320-1326), dove ebbe modo di dedicarsi anche allo studio dei classici e di venire a contatto con la poesia lirica volgare. Rientrato ad Avignone nel 1326 per la morte del padre, Petrarca vi trascorse spensieratamente alcuni anni, allietati dagli interessi letterari e segnati dall’incontro con Laura.
Per cause economiche intraprende la carriera ecclesiastica, che gli consente di viaggiare a Parigi, nelle Fiandre, in Germania (1333) e a Roma (1337). Tornato in Provenza, gli giunserò dalle Università di Parigi e Roma le offerte di laurea poetica. Petrarca accettò quest’ultima. Fra 1342 e 1343 ha una crisi spirituale: sente il peso per l’attaccamento alle passioni umani (questo dopo la nascita di una figlia illegittima e la monacazione del fratello). Ambascerie per il Papa, offerte di canonicato: Petrarca viaggia a Napoli, Vaucluse, Parma, Milano presso i Visconti. Qui ha il compito di dar lustro culturale alla corte e di effettuare missioni diplomatiche. Lo scoppio della peste a Milano nel 1361 lo indusse a trasferirsi con la famiglia ad Arquà sui colli Euganei, dove morì.

Le opere. Canzoniere (precedentemente Rerum vulgarium fragmenta): è una raccolta di rime volgari, fin dagli anni giovanili. 366 sono le unità presenti nella raccolta, fra cui 317 sonetti e 29 canzoni. Il numero 366 non è casuale: se non si computa il primo componimento che è un proemio, è il numero dei giorni dell’anno. Si prefigura quindi un ideale disegno di un breviario, laico e lirico. La bipartizione che il poeta operò (1-263 / 264-366) fu attribuita dagli antichi commentatori a una composizione delle rime in due tempi, rispettivamente in vita e in morte di Laura. La critica moderna ha però confutato questa tesi dimostrando una sostanziale mescolanza.
La storia d’amore non esaurisce il discorso poetico del Canzoniere, di cui pure costituisce il fulcro. Nessun dato concreto interviene a dar corpo ad una vicenda che risulta trasfigurata, sublimata e resa evanescente dal ricordo. Questo amore inappagato non vale tanto come episodio biografico in sé, ma per le ripercussioni che provoca sull’animo del poeta, il suo travaglio morale e religioso, l’inquietudine esistenziale di cui è preda.

L’introspezione tuttavia non si risolve mai in confessione immediata e scomposta, perché a contenere lo sfogo passionale interviene la letteratura, poiché “cantando il duol di disacerba”.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono (1349): la funzione di proemio è esplicita fin dall’apostrofe iniziale al pubblico che abbia fatto diretta esperienza d’amore. Il contenuto dell’opera sono “i sospiri, le speranze e il dolore”, la forma sono “rime sparse, vario stile”. Petrarca rivela nell’opera il punto di vista di chi ha ormai concluso la sua incessante riflessione sulla propria esperienza.
“Al popol tutto favola fui gran tempo, onde sovente di me medesimo meco mi vergogno; e del mio vaneggiar vergogna e ‘l frutto, e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno”.

Era il giorno ch’al sol si scoloraro: è rievocato il giorno dell’innamoramento per Laura, 6 aprile 1327, precisando che si trattava di un venerdì santo. Un dato falso, quest’ultimo, che conferma la costante inclinazione del poeta a suggerire, anche forzando i dati reali, coincidenze emblematiche tra gli eventi fondamentali della propria biografia e momenti della storia collettiva carichi di particolare significato morale. Il 6 aprile infatti è anche la data indicata da un’antica tradizione per la morte di Cristo.
“Quando i’ fui preso, et non me ne guardai, chè i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro. M’andai secur, senza sospetto. Trovommi Amor del tutto disarmato et aperta la via per gli occhi al core”.

Se la mia vita da l’aspro tormento: è una dolce e malinconica fantasticheria, nella quale il poeta immagina Laura e se stesso giunti nella vecchiaia: forse allora troverà l’ardire di confessarle il suo amore, così che i sospiri di lei, benché tardivi, possano lenire il suo tormento.

“Veggia per vertù degli ultimi anni, donna, de’ be’ vostr’occhi il lume spento, e i cape’ d’oro fin farsi d’argento. Ma ‘l tempo è contrario ai be’ desiri”.

Solo et pensoso i più deserti campi: si esprime il bisogno di isolamento dagli uomini, di colloquio interiore, di un rapporto rassicurante con la natura. Ma anche nella pace si rivela il tormento amoroso: “Ma pur sì aspre vie né sì selvagge / cercar non so ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui”.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi: motivo ispiratore di questo sonetto è quello della lode, con annesso senhal. Se non che il poeta, proiettando la descrizione di Laura in un passato indeterminato e tenendola sospesa fra passato e presente, ne fa scaturire un tema al quale è tanto più sensibile, quello della perennità del suo amore attraverso il tempo.
“Non era l’andar suo cosa mortale, / ma d’angelica forma; et le parole / sonavan altro, che pur voce humana”.

Piangete, donne, et con voi pianga Amore: è un sonetto commemorativo della morte di Cino da Pistoia (1336-37), che Petrarca, come già Dante nel De Vulgari Eloquentia, presenta come poeta d’amore per eccellenza.
“E’ morto collui che tutto dedicò all’Amore e agli amici. Piangan le rime anchor, piangano i versi, perché ‘l nostro amoroso messer Cino novellamente s’è da noi partito”.

“Et rallegrasi il cielo, ov’ello è gito”.

Chiare, fresche et dolci acque: vi si ritrovano molti dei motivi dominanti del Canzoniere: il confidente colloquio con la natura, testimone della pena del poeta, il doloroso presentimento della morte, la malinconica illusione di un tardivo intenerimento dell’amata (“Tempo verrà anchor forse ch’a l’usato soggiorno di Valchiusa torni la fera bella et mansueta cercandomi”), la contemplazione, nel ricordo, della bellezza di lei trionfante sulla natura stessa. L’indeterminatezza del paesaggio aumenta anche a causa del passaggio continuo dal presente al futuro al passato, che annulla il senso preciso del tempo producendo l’impressione di un estraniamento dalla realtà.
“Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna”.
“Aere sacro, sereno, ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse”.

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno: composta a Parma e motivata dallo scoppio della guerra fra Gonzaga ed Estensi per il controllo della città (1344-45), è la più nota delle canzoni politiche di Petrarca. Testimonianza di sincero impegno morale e civile, è indirizzata infatti ai signori italiani e contiene un solenne monito a non voler perseverare nella reciproca ostilità, causa di irreparabili danni alla penisola, e una commossa perorazione all’unità e alla pace in nome dell’amore per la patria comune.
Ed è proprio il sentimento della comune appartenenza alla civiltà ed alla cultura che avevano innalzato Roma sulle altre nazioni del mondo antico a suscitare lo sdegno del poeta contro la decisione dei signori italiani di affidare la propria difesa a soldati mercenari, germanici (“Che fan qui tante pellegrine spade?”).

“Vedi, Segnor cortese, di che lievi cagion’ che crudel guerra...Ben provide Natura al nostro stato, quando de l’Alpi schermo pose fra noi et la tedesca rabbia. Signor’, mirate come ‘l tempo vola, et sì come la vita fugge, et la morte n’è sovra le spalle”.
“Canzone, proverai tua ventura fra’ magnanimi pochi a chi ‘l ben piace. Di’ lor: - Chi m’assicura? I’vo gridando: Pace, pace, pace. –“.

Pace non trovo, et non ò da far guerra: la passione amorosa tiene il poeta in uno stato di incessante conflittualità, angosciosamente sospeso fra speranza e dolore. Il ricorso all’antitesi è sistematico e insistito, tanto che va necessariamente interpretato come funzionale alla manifestazione di un disagio psicologico.
“Et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra; et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio”.
“Veggio senza occhi et non ò lingua et grido; egualmente mi spiace morte et vita: in questo stato son, donna, per voi”.

Passer mai solitario in alcun tetto: la solitudine nella lontananza di Laura si traduce nell’immagine del passero solitario sul tetto, suggerita da un celebre Salmo. L’immagine asseconda pienamente quel bisogno di rendere la natura partecipe della propria solitudine, una immagine trasposta in seguito anche da Leopardi.
“Non conosco altro sol (Laura), né quest’occhi ànn’altro obiecto. Lagrimar sempre è ‘l mio sommo diletto, ‘l ciel seren m’è fosco. Il sonno è veramente qual uomo dice, parente de la morte”.

La vita fugge, et non s’arresta una hora: l’angosciosa esperienza di fronte all’inesorabile fugacità del tempo e alla presenza assiduamente incombente della morte è il sentimento che non manca mai di trapelare dalle rime petrarchesche. La scomparsa di Laura gli ha precluso ogni possibilità di illusione (“I lumi bei che mirar soglio, spenti”).
“La morte vien dietro a gran giornate, ‘l rimembrare et l’aspettar m’accora”.

Standomi un giorno solo a la fenestra: è nota come la canzone delle visioni, perché il poeta vi allinea, stanza dopo stanza, sei visioni, che alludono attraverso il procedimento dell’allegoria, alla morte di Laura, riconoscibile nella fera braccata e raggiunta da due cani (“La fera gentil mordean sì forte…”), nella nave affondata da un’improvvisa tempesta (“Nave percosse ad uno scoglio…”), nel lauro colpito da un fulmine (“’l ciel folgorando ‘l percosse, et da radice quella pianta felice subito divelse…”), nell’ameno paesaggio sconvolto da una voragine (“Aprir vidi uno speco, et portarsene seco la fonte e ‘l loco…”) e nella fenice uccello favoloso.
Solo nell’ultima visione Laura riassume le proprie bellissime sembianze.
“Sì leggiadra et bella donna, umile in sé, ma ‘ncontra Amor Superba; et avea indosso sì candida gonna, ch’oro et neve parea inseme; lieta si dipartio”.
“Canzon, tu puoi ben dire: - Queste sei visioni al signor mio àn fatto un dolce di morir desio. – “.
La costruzione complessiva raggiunge l’atmosfera idilliaca della poesia classica di ambiente pastorale.

Vergine bella, che di sol vestita (1353): a suggellare il Canzoniere su una nota di profonda devozione, Petrarca compose questa solenne e commossa invocazione alla Vergine. A lei, per tradizione pietosa ausiliatrice di chi soffre, confessa le proprie colpe, dolorosamente conscio di aver riposto le sue speranze in un affetto terreno, labile, mortale. Le rivolge quindi una supplica perché interceda per lui presso Dio e lo sostenga nell’istante supremo della morte.
“Vergine bella, amor mi spinge a dir di te parole. Invoco lei che ben sempre rispose, chi la chiamò con fede: Vergine, soccorri a la mia guerra, bench’i’ sia terra, et tu del ciel regina”.
“Vergine saggia, volgi al mio dubio stato, che irrisolto a te vèn per consiglio”.
“Vergine pura, Vergine benedetta, fammi, chè puoi, de la Sua gratia degno”.
“Vergine santa d’ogni gratia piena, Vergine gloriosa, prego ch’appaghe il cor, vera Beatrice”.
“Vergine sola al mondo, Vergine dolce et pia, prego che sia mia scorta”.
“Vergine chiara et stabile in eterno, in te l’anima mia si fida, peccatrice”.
“Vergine, quante lagrime ò già sparte, quante lusinghe e quanti prieghi indarno”.
“Vergine sacra et alma, non tardar, ch’i’ son forse a l’ultimo anno, et sol Morte n’aspetta”.
“Vergine d’alti sensi: è nulla a la tua gran vertute, por fine al mio dolore; ch’a te honore, et a me fia salute”.
“Vergine, in cui ò tutta mia speranza, Vergine humana et nemica d’orgoglio, miserere d’un cor contrito humile. Scorgimi al miglior guado, et prendi in grado i cangiati desiri”.
“Vergine unica, raccomandami al tuo figliuol, verace homo et verace Dio, ch’accolga ‘l mio spirto ultimo in pace”.

Trionfi (Triumphi, 1351-74): è un poema allegorico in terzine articolato in sei successive visioni. In ognuna di queste visioni, i sentimenti del poeta, in perenne conflitto, prendono corpo in altrettante personificazioni, cioè Amore, Pudicizia, Morte, Fama, Tempo ed Eternità. Queste si oppongono dialetticamente l’una all’altra, e al termine la vincente si celebra alla maniera dei condottieri romani.
Nel Triumphus Cupidinis, al poeta addormentato in Valchiusa nel giorno anniversario dell’innamoramento, appare in sogno il Dio Amore su un carro trionfale, seguito dai personaggi storici e leggendari sottomessi al suo giogo.
Nel Triumphus Pudicitiae è invece Laura ad aver ragione, con l’aiuto delle più famose eroine della castità. Ma la sua vittoria è turbata presto dall’incontro con la Morte (Triumphus Mortis). Solo la Fama riesce a sconfiggere la Morte (Triumphus Famae), consegnando i nomi dei valorosi alla storia. Neppure la Fama però può opporsi al Tempo (Triumphus Temporis), che accelerando il suo corso, trascina verso il nulla gli esseri umani e il ricordo delle loro gesta.
L’ultima visione (Triumphus Eternitatis) lo proietta verso la beatitudine celeste, dove potrà per l’eternità gioire della presenza divina e della vista di Laura.

Triumphus Mortis: “Quella leggiadra e gloriosa donna / tornava con onor da la sua guerra / allegra, avendo vinto il gran nemico (Amore) non con altr’arme che col cor pudico. / La bella donna e le compagne elette / tornando da la nobile vittoria … non uman veramente, ma divino / lor andar era, e lor sante parole: / Stelle chiare pareano, in mezzo un sole che tutte ornava”.
“Così venìa quella brigata allegra, / quando vidi un’insegna oscura e trista; / ed una donna involta in veste negra, / si mosse e disse: “O tu, donna, che vai / di gioventute e di bellezze altera, / e di tua vita il termine non sai, / io son colei che sì importuna e fera chiamata son da voi”.
“Io ò condotto al fin la gente greca e la troiana, a l’ultimo i Romani, con la mia spada la qual punge e seca, giungendo quand’altri non m’aspetta”.
Ma la serenità di Laura non è scalfita, grazie alla sicurezza della sua fede: “Come piace al Signor che ‘n cielo stassi, farai di me quel che degli altri fassi”.
“Ecco da traverso piena di morti tutta la campagna. Ivi eran quei che fur detti felici, pontefici, regnanti, imperadori: or sono ignudi, miseri e mendici. Miser chi speme in cosa mortal pone e se si trova alla fine ingannato è ben ragione”.
“Allor di quella bionda testa svelse / Morte co la sua mano un aureo crine; così del mondo il più bel fiore scelse. Morte bella parea nel suo bel viso”.

Africa: è un poema epico su Scipione l’Africano, composto in alterni periodi di ispirazione (1338-1343). L’incompiutezza dell’opera è dettata da lacune nello svolgimento della trama e da imperfezioni metriche e linguistiche. L’opera fu pubblicata postuma dall’umanista Vergerio, nel 1396.
Scritta in esametri latini, l’Africa narra le vicende della seconda guerra punica, di cui fu protagonista Scipione l’Africano, prendendole a pretesto per una rievocazione generale della storia romana. Così i primi due libri sono dedicati al “sogno di Scipione”, espediente letterario convenzionale, utile per anticipare eventi futuri: Scipione vede in sogno il padre Publio che gli predice il glorioso destino di Roma. Nel III e IV libro si torna più direttamente all’argomento principale, esaltando le virtù civiche e militari dei romani, contrapposti enfaticamente ai cartaginesi.
Seguono il ritorno a Cartagine di Annibale e del fratello Magone, richiamati a difendere la città (VI-VII), la battaglia di Zama (VIII) e il rientro a Roma di Scipione trionfatore (IX).
L’Africa deriva i materiali prima di tutto da Tito Livio ed il suo Ab urbe condita, ma anche da Ennio e i suoi Annales.

Il lamento di Magone morente (VI): la morte di Magone, durante il viaggio di ritorno dall’Italia a Cartagine, causata dai postumi di una ferita ricevuta durante uno scontro con i romani in Liguria, è un episodio marginale nel racconto di Livio, ma Petrarca ne trae spunto per una divagazione lirica, creando una malinconica elegia sull’infelice destino dell’uomo e sulla sua angoscia disperata di fronte alla morte.
A fare da sfondo alla figura del protagonista è il paesaggio mediterraneo, descritto con minuziosa precisione.
“Già Magone, salpando dal lido di Genova con auspicio non fausto, s’era affidato, ferito com’era, all’alto mare per raggiungere direttamente la patria, se la fortuna permettesse. Le palme verdeggiano qua e là per il lido. S’allarga più oltre la curva insenatura di Sestri. Di qui vigneti illuminati dall’occhio benigno del sole e a Bacco assai cari guardano verso il Monte Rosso”.
“Mentre il giovane Cartaginese si trovava in mezzo al mare, il dolore crescente della ferita e la vicinanza della dura morte lo incalzava, ansante, con ardenti stimoli. Vedendo più da vicino l’ora suprema, cominciò: ‘Ahi! Quale termine è dato a un’alta fortuna! Come s’acceca la mente nei lieti successi! E chi s’è levato in alto è destinato a cadere. Ahi gloria vana rivestita di falsi allettamenti. Ahimè come è incerta la vita, come certo è il giorno di morte, né mai previsto abbastanza. Con che iniqua sorte è nato l’uomo sulla Terra! Gli animali tutti riposano, l’uomo non ha mai quiete”.
“Tu sola, o morte, ottima tra le cose, scopri gli errori, disperdi i sogni della vita trascorsa”.
“E lo spirito s’alzò libero nell’aere tanto da poter rimirare dall’alto a pari distanza Roma e Cartagine, fortunato di partire anzitempo, prima di vedere l’estrema rovina e il disonore che attendeva le armi famose e i dolori del fratello e i suoi insieme e della patria”.

L’epistolario: in prosa latina, la compilazione fu iniziata con l’intento di soddisfare una esigenza psicologica prima che culturale. Scrivere lettere, infatti, fu per Petrarca il modo naturale di comunicare con gli amici e con pochi spiriti eletti, solidali con lui per temperamento e interessi culturali.
Nel 1345, scoprendo a Verona le Epistole di Cicerone, concepì di riordinare le proprie lettere per pubblicarle. Il progettò si concretizzò nelle due raccolte delle Familiari e delle Senili. Altre 19 lettere, le Sine nomine, furono escluse poiché in esse attaccava il Papa.

Le epistole Familiari (Familiarium rerum libri): sono 350 lettere scritte fra il 1325 e il 1361, divise in 24 libri, l’ultimo dei quali dedicato alle lettere fittizie indirizzate “ai più illustri degli antichi”, primi fra tutti Cicerone e Seneca. In esse non compare la problematica amorosa.

L’ascensione al monte Ventoso: vuole descrivere l’inizio di un’ascesi, la decisione di intraprendere il cammino spirituale verso Dio, che può condurlo fra mille difficoltà alla vita beata che “è posta in alto”. L’occasione esterna, la scalata, diventa metafora del conflitto interiore, così come le difficoltà sono rappresentate dalla natura impervia.
Il fratello Gherardo, grazie alla scelta di vita monastica, riesce invece a salire sicuro.
Data dell’ascesa è il 26 aprile 1336, un venerdì santo, tempo canonico di redenzione e penitenza.
“M’arrampicavo per il montano sentiero con passi più moderati, mentre mio fratello saliva sempre più in alto; io, più fiacco, ridiscendevo verso il basso, e a lui che mi chiamava mostrandomi la via giusta e più breve, rispondevo che non mi rincresceva di fare una via più lunga ma più agevole. Era questo un pretesto per scusare la mia pigrizia”.
“Tu senza dubbio non solo vuoi, ma anche fortemente desideri. Che cosa dunque ti trattiene? Evidentemente, null’altro se non quella via attraverso i piaceri bassi e terreni; che è più facile e, come pare, più breve; ma quando avrai molto errato dovrai salire verso la cima della vita beata, oppure sarai costretto a cadere spossato nelle valli dei tuoi peccati”.
“Ho sempre con me le Confessioni di Agostino, libretto di piccola mole, ma pieno di dolcezza. L’apro per leggere quel che mi capitava. “E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi letti dei fiumi e l’immensità dell’oceano; e trascurano se stessi”.
“Sazio oramai e soddisfatto di aver visto quel monte, volsi gli occhi della mente in me stesso, e da quel momento nessuno mi udì parlare finchè non giungemmo al piano”.

Al fratello Gherardo (1348, Carpi): testimonia la profondità del legame affettivo che lo unì al fratello. Li accomunava una singolare affinità di temperamento.
Le loro vite avevano però cessato di scorrere parallele, quando improvvisamente, nel 1343, Gherardo aveva deciso di farsi monaco agostiniano, precipitando il poeta nello sconforto. Di fronte a un cambiamento di vita tanto radicale, egli aveva preso coscienza della vanità dei valori su cui aveva costruito fino ad allora la sua esistenza, ma anche della propria incapacità a rinunciare totalmente ad essi: datò da quel momento l’acuto senso di interiore contraddizione che lo avrebbe poi sempre accompagnato.
“Io credo che ora tu ti compiaccia della tua libertà e ti dolga della servitù di questo tuo fratello. Ti ricordi quanto grande e quanto vano fosse in noi il desiderio di splendide vesti, quale il timore che un capello uscisse dal suo posto? O veramente vane le cure degli uomini, e specialmente de’ giovani! A che tante preoccupazioni? Io infelice sono sempre fra questi pericoli, mentre tu per grazie di Dio sei giunto in porto. Ma poiché, o fratello, io temo di averti a lungo distratto dall’altezza delle tue contemplazioni, eccomi a concludere. Cristo, testimone di tutta la tua vita, ti protegge. Possiedi le vite dei Santi Padri, leggile: ivi troverai l’amico che sia testimone dei tuoi segreti pensieri. Per terminare, dividi tutta la tua vita tra la contemplazione, il canto sacro, la preghiera e la lettura. Io fuggo, ma non disperare di me, prega piuttosto che un giorno o l’altro io mi risollevi. Grande, lo so, è il peso dei miei peccati, ma non infinito, e infinita è invece la clemenza di Colui dal quale aspetto aiuto. Sta sano e ricordati di me”.

A Boccaccio, sul magistero di Dante: l’ostinato silenzio di Petrarca su Dante era stato interpretato malevolmente come manifestazione d’invidia per la fama di cui il grande fiorentino godeva. Petrarca respinge l’accusa adducendo a ragioni morali: ma lo fa con ostentata freddezza, non chiamandolo mai per nome (“un nostro concittadino”, “questo poeta”), e ammettendo neutralmente che la poesia dantesca è “popolare nello stile ma nobile per contenuto”. Aggiunge poi che Dante merita la “palma della volgare eloquenza”, dissociandosi però dalle sue scelte linguistiche.
L’assenza della Commedia dalla sua biblioteca si doveva invece al timore nutrito in gioventù di subirne l’influenza non riuscendo a partorire uno stile personale.
“Chi mi vuol male dice ch’io lo odio e disprezzo, cercando così di suscitarmi contro l’odio di quel volgo al quale egli è graditissimo. Io non ho nessuna ragione d’odio verso un uomo che non ho mai veduto. Non ho alcuna ragione d’odiarlo, ma molte di amarlo; cioè la patria comune e la paterna amicizia e l’ingegno e lo stile, ottimo nel suo genere, che lo rendono immune da ogni disprezzo”.

Le epistole senili (Rerum senilium libri, 1361): è una raccolta destinata a contenere le epistole della vecchiaia fino alla morte. Ma non arrivò a pubblicarla e a sistemarla compiutamente. Perciò essa uscì postuma, suddivisa in 17 libri per un totale di 125 lettere.

Alla posterità (1367-71): è il suggello della raccolta. E’ una lettera autobiografica a cui Petrarca affida il compito di tramandare nel tempo l’immagine idealizzata della sua personalità, caratterizzata da una precisa indole morale e da debolezze, a prova della sua imparzialità. In un secondo momento ricostruisce la sua biografia, interrotta al 1351.
“L’adolescenza mi illuse, la gioventù mi traviò, ma la vecchiaia mi ha corretto, e con l’esperienza mi ha messo bene in testa che i godimenti dell’adolescenza sono vanità; anzi me lo insegnò Dio. Da giovane m’era toccato un corpo non molto forte, ma assai agile. Ho sempre avuto gran disprezzo del denaro. Nulla mi ha infastidito tanto quanto il lusso. Mi travagliò, quand’ero molto giovane, un amore fortissimo; ma fu il solo, e fu puro”.
“La superbia l’ho riscontrata negli altri, ma non in me stesso. La mia ira danneggiò assai di frequente me stesso, mai gli altri. Fui desiderosissimo delle amicizie oneste e le coltivai con assoluta fedeltà. Ebbi la fortuna di godere la familiarità dei principi e dei re, tanto da esserne invidiato. Fui d’intelligenza equilibrata piuttosto che acuta.; adatta ad ogni studio buono e salutare, ma inclinata particolarmente alla filosofia morale ed alla poesia. Quest’ultima col tempo l’ho trascurata, preferendo le Sacre Scritture”.
“Avevo un senso di fastidiosa avversione per quella disgustosissima Avignone. Cercavo un rifugio, e lo trovai in una valle piccola ma solitaria ed amena, Valchiusa, a 15 miglia da Avignone. Incantato dal fascino di quel luogo, mi trasferii lì con tutti i miei libri a 34 anni”.

Secretum (1347-1353): è l’esito più compiuto e ragionato della riflessione sulla sua vita affettiva e sulle sue posizioni di intellettuale in rapporto alla fede.
Seguendo lo schema della visione allegorica, Petrarca immagina di incontrare una donna bellissima, che gli si rivela come la Verità personificata e lo affida alla guida di Sant’Agostino. Tra i due si intreccia, come fra confessore e penitente, un dialogo alla presenza della Verità, muta garante della sincerità del dialogo stesso, il quale si protrae per tre giorni, determinando una analoga suddivisione dell’opera in tre libri.

Primo libro: Agostino individua la radice del tormento che affligge Francesco nella inadeguatezza della sua volontà nel perseguire la virtù, e spiega come solo la profonda meditazione sulla morte possa rivelare agli uomini la miseria della loro condizione distogliendone l’animo dai beni terreni.

Secondo libro: passa in rassegna i sette peccati capitali, riconoscendo le colpe più gravi di Francesco nella superbia, nella lussuria e nell’accidia, cioè in quella impotenza della volontà che procura al poeta un perenne senso di scontentezza verso sé e il mondo. All’implacabile interrogatorio, Petrarca oppone una debole resistenza, più spesso confessando le proprie mancanze e ammettendo le ragioni del maestro.

Terzo libro: qui Petrarca reagisce, contestando la severa condanna dell’amore per Laura e per la gloria, passioni di cui rivendica anzi la dignità pur nella consapevolezza che solo Dio è l’unico oggetto durevole dell’amore dell’uomo.

De vita solitaria (1346): è un trattato filosofico morale composto in prosa latina a Valchiusa. E’ composto da un proemio e due libri. Le due parti, una teorica e una illustrativa, convergono verso una definizione della solitudine non in negativo, come fuga del mondo in segno di rifiuto del consorzio umano e di indifferenza per gli eventi esterni, né come inattività; ma in positivo, sia come aspirazione a conquistare la pace e la libertà interiori, sia come dedizione assoluta al lavoro letterario, stimolo e strumento di autocoscienza e di autoperfezionamento.

L’uomo solitario e l’uomo indaffarato: in forma contrastiva, risolvendo la descrizione nei termini della tradizionale opposizione fra città e campagna, Petrarca traccia minuziosamente il quadro delle attività dell’uomo occupatus e di quello solitarius. Mentre l’uno è travolto e trascinato senza posa nel ritmo frenetico degli impegni mondani, l’altro vive la sua giornata serenamente, in armonia con la natura che lo circonda rallegrandolo con lo spettacolo della sua bellezza, e inducendo a rivolgere a ogni istante un pensiero riconoscente al Creatore. In pace con Dio, egli nutre il suo spirito di letture: il suo felice stato altro non è che, idealizzata, la condizione di Petrarca nell’isolamento di Valchiusa.
“Si alza nel cuor della notte l’indaffarato, infelice abitante della città, poiché il sonno gli è stato interrotto dalle sue preoccupazioni o dalle voci dei clienti. Si alza l’uomo solitario e tranquillo, sereno, ristorato da un convenevole riposo…”.

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