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Francesco Petrarca - Posteritati (Alla posterità)


Forse di me avrai sentito dir qualcosa; quantunque poi sia dubbio che un nome piccolo e oscuro come il mio possa essere giunto così lontano nello spazio e nel tempo. E probabilmente ti piacerà sapere che uomo io fui o quale fu la ventura delle opere mie: innanzitutto quelle la cui fama sia pervenuta fino a te o anche quelle che avrai sentito appena nominare.

Ovviamente Petrarca non è davvero modesto, perché se scrive una lettera ai posteri è perché sa che il suo nome rimarrà famoso nei secoli.

Sul primo punto, di sicuro, molte saranno le voci e le opinioni; ognuno tende infatti a parlare non per amor di verità ma come gli aggrada: e non c’è misura né per le lodi né per il vituperio.

Forse avrai sentito dire qualcosa di me, ma forse non in bene, perché ognuno parla come gli aggrada e non per verità.

Io fui, in realtà, uno dei vostri: un piccolo uomo mortale, dai natali non proprio nobili ma neppure plebei; di famiglia antica, come avrebbe detto di sé Cesare Augusto; d’animo per natura non malvagio e né protervo, se non lo avesse contagiato un certo generale malcostume.

Il padre di Petrarca era sir Pietro, detto “Petracco” (da cui deriva “Petrarca”) ed era originario di una famiglia di notai, di Incisa in Val d’Arno.

La giovinezza mi ingannò, la maturità mi catturò, la vecchiaia infine mi corresse, dimostrandomi con l’esperienza quanto fossero vere le cose che un tempo avevo letto e riletto: cioè che i piaceri degli anni giovanili sono una cosa vana.

Dice che la sua vita ha avuto uno sviluppo: da giovane si è lasciato andare ai piaceri, ma poi la maturità e la vecchiaia gli hanno insegnato come questi piaceri giovanili siano una cosa vana.

E anzi meglio me lo dimostrò Colui che è al fondamento di tutte le stagioni della vita e di tutti i tempi, che a tratti concede ai miseri mortali, gonfi di nulla, di smarrire la loro strada, affinché poi riescano a capire i propri errori e a conoscere se stessi.

È stata anche la religione, la fede a riportarlo sulla diritta via.

Da giovane mi era toccato un corpo non tanto forte ma molto agile. Certo, non posso vantarmi di un aspetto eccezionale, ma di un aspetto che poteva piacere negli anni migliori: colore pieno di vita tra il bianco e il bruno, occhi vivissimi e vista per lungo tempo acutissima, tranne che, contro ogni aspettativa, essa mi piantò dopo i sessant’anni, sino a rendermi indispensabile, con disappunto, l’uso degli occhiali. Un corpo che era stato sanissimo per tutta la vita fu infine assalito dalla vecchiaia, che lo strinse d’assedio con la sua solita schiera di malanni.

Non ha un corpo robusto, ma agile. Non è bellissimo, ma poteva piacere negli anni della sua giovinezza.

Più di tutto disprezzai la ricchezza: non perché non la desiderassi, ma perché odiavo la sofferenza e gli affanni che immancabilmente si accompagnano al benessere. Non ebbi mai sufficienti disponibilità per laute mense, ove mai una tal cosa mi potesse stare a cuore: mentre con un’alimentazione sobria e cibi semplici vissi più soddisfatto […]
In gioventù soffrii d’un amore tremendo, ma irripetibile e onesto: e più a lungo ancora avrei sofferto se una morte acerba e benigna non avesse completamente spenta una fiamma ormai languente.


Allude prima di tutto al disprezzo per la ricchezza, perché un’accusa che gli era stata rivolta era quella di essere interessato al lusso, ai banchetti, alla ricchezza. Poi ci parla del tremendo amore per Laura, incontrata il 6 Aprile del 1327 nella chiesa di Santa Chiara, ad Avignone, nel sud della Francia. E avrebbe continuato a soffrire, se Laura non fosse morta.

Senza dubbio desidererei potermi dire privo di libidine (passione); ma se lo dicessi, mentirei. Questo con certezza posso dirti: nonostante fossi attratto ad essa dal fervore degli anni e del temperamento, esecrai pur sempre nell’animo mio una simile pochezza.

Da una parte è attratto dalla sensualità, dall’amore carnale, anche se capisce nel suo animo che è da esecrare.

Anzi, non appena cominciai ad avvicinarmi ai quarant’anni, quando pure nel sangue vi sarebbero ancora state abbastanza forze e calore, io presi a disprezzare non soltanto quel fatto osceno, ma addirittura ogni suo ricordo, come se non avessi mai visto una femmina: cosa che ora annovero tra le mie prime felicità, ringraziando Iddio di avermi affrancato da una schiavitù così bassa, e a me sempre odiosa, quando ero ancora nel pieno vigore degli anni.

Durante la gioventù si era lasciato andare all’amore e alle passioni, ma arrivato a quarant’anni, anche il ricordo di questi amori passionali gli dava noia.

La superbia la sperimentai negli altri, non in me; e benché io sia stato un piccolo uomo, a mio parere fui sempre più piccolo. La mia ira poté spesso nuocere a me, agli altri mai. A testa alta mi vanto, sapendo di dire il vero, di un animo prontissimo allo sdegno, ma altrettanto capace di dimenticare le offese, sempre memore dei benefici ricevuti. Desiderai intensamente e coltivai con tenace fedeltà le amicizie leali.

È un uomo portato alla solitudine, anche quando vive ad Avignone, città sede della corte papale, caratterizzata quindi da una vita di banchetti, feste mondane … (la corte papale non era tanto diversa dalla corte dell’imperatore, il papa non aveva tutta questa spiritualità. Anche Dante lo accusava, insieme all’intera curia di degenerazione, di essersi allontanati dalla povertà evangelica). Petrarca e suo fratello Giovanni (a cui era molto legato) ad Avignone parteciparono a questa vita, alle feste, ai banchetti, durante la loro spensierata vita giovanile. Ma poi Petrarca si stancò di questo tipo di vita e si rifugiò in una casa di campagna solitaria e isolata a Valchiusa (nella campagna vicino ad Avignone), vicino ad un fiume. Questa casa diventa il suo rifugio, in cui può dedicarsi ai suoi studi e all’inizio vi si reca per brevi periodi di tempo, poi per periodi sempre più lunghi. Amava quindi la riservatezza, ma era una persona che manteneva le amicizie a lungo. La più significativa fu quella con Boccaccio. I due morirono ad un anno di distanza l’uno dall’altro e Petrarca influenzò notevolmente Boccaccio. Boccaccio scriveva novelle licenziose, spesso a sfondo erotico, che inneggiavano all’uomo, alla voglia di vivere e alle sue potenzialità, ma dopo l’amicizia con Petrarca si dedicò a opere di stampo decisamente diverso. Si dedicò per esempio alla filologia classica. Fu quindi notevolmente influenzato dalla poesia di Petrarca, tanto da modificare in maniera quasi netta la sua produzione letteraria. Passerà da opere come il Decameron a opere di critica filologica, di ricerca, a testi classici e opere di spessore decisamente diverso.

Ma il tormento di chi invecchia è questo: dover piangere molto spesso la morte delle persone care.

Allude agli amici che erano morti prima di lui, anche perché nel 1348 c’era stata la peste. Anche Laura era morta nel 1348 di peste probabilmente.

Ebbi tanti e tali rapporti di familiarità con principi e sovrani e di amicizia con i nobili, da far morir d’invidia.

Petrarca infatti viene prima indirizzato dal padre agli studi giuridici, ma non ne è soddisfatto, e ha invece una propensione verso quelli letterari. Si dedicherà infatti a questi, e grazie ad essi e alle sue prime produzioni otterrà immediatamente una grandissima fama di poeta e di letterato. Agli ambiva infatti decisamente alla gloria poetica. Voleva avere un riconoscimento, essere considerato un letterato a tutti gli effetti, e quindi aveva deciso di sottoporsi ad un esame presso il re di Napoli. Egli lo esaminò per una settimana intera e poi gli conferì la corona d’alloro, riconoscimento ufficiale della gloria letteraria. Nello stesso tempo però lo stesso riconoscimento gli era stato offerto anche a Roma, proprio grazie alle sue opere e alla fama che aveva raggiunto. Egli decise allora di farsi incoronare a Roma, che era la sede più prestigiosa, rispetto al regno di Napoli. È proprio durante il viaggio verso Roma che conosce Boccaccio. Proprio grazie alla sua fama letteraria viene ospitato da molte famiglie aristocratiche e anche presso corti di principi e imperatori. Il suo ruolo era quello di una sorta di ambasciatore, doveva compiere delle missioni diplomatiche, oppure tenere dei discorsi in particolari circostanze. La presenza di un letterato di così grande fama inoltre dava ovviamente lustro alla corte. È vero quindi che strinse amicizie con principi e sovrani. Tra questi c’è per esempio Roberto d’Angiò, sovrano del regno di Napoli che lo sottopose a questo esame, l’imperatore Carlo IV, il re di Francia Giovanni VII…

Nondimeno, evitai molti di quelli che pur fortemente amavo: l’amore per la libertà mi fu infatti così connaturato, che schivavo con ogni accortezza persino il nome di chi avesse potuto sembrarle contrario.

Il concetto di essere libero era per lui fondamentale. Lo dice perché era stato accusato, anche dallo stesso Boccaccio, di farsi ospitare a volte in corti ostili a quelle che dovrebbero essere per lui le città più care, come Firenze per esempio. Lui nasce infatti ad Arezzo (questo è importante perché Foscolo nei “Sepolcri” parlerà proprio della nascita di Petrarca ad Arezzo), ma in realtà è fiorentino, perché suo padre era stato esiliato insieme a Dante nel 1302, quando i guelfi bianchi erano stati sconfitti dai guelfi neri. Boccaccio allora lo accusa di essere stato ospitato in corti ostili a Firenze. Lui dice però che non si era venduto a queste corti ostili, ma aveva semplicemente amato la libertà.
La sua vita quindi, come quella di dante è una vita di continuo movimento. Lui si sposta in continuazione, da Arezzo ad Avignone e poi girerà per le corti italiane e straniere (Francia, Germania, Inghilterra…). Può essere considerato uno dei primi uomini cosmopoliti, perché girò davvero tutta l’Europa.

Ma la mia passione esclusiva, fra le tante, fu di cercare notizie dell’antichità, perché mi fu sempre sgradita la presente stagione; tanto che se l’affetto per i miei cari non mi avesse motivato diversamente, avrei sempre preferito d’esser nato in una qualsiasi altra epoca, e dimenticarmi di questa, intimamente desideroso di trasferirmi in altre. Fu per tale motivo che lessi con diletto gli storici; e rimanendo tuttavia parimenti turbato dalla loro discordanza, nell’incertezza mi orientai dove poteva spingermi o la verisimiglianza dei fatti o l’autorità di determinati scrittori.

Questo passo è molto importante, perché Petrarca fu il primo umanista. Egli si va in realtà a collocare tra due periodi storici molto diversi: il Medioevo e l’Umanesimo. Il termine “umanesimo“ deriva da “uomo”. Al centro non è più Dio come nel periodo medievale, non c’è più la visione teocentrica che eliminava tutto ciò che è terreno. Nel medioevo le cose terrene, le passioni, l’amore, la natura viene denigrato, viene sentito come qualcosa di impuro, di imperfetto, che ostacola l’uomo nel suo arrivare a Dio. Bisogna tendere a Dio e a una grande spiritualità. Tutto ciò che è corporeo e terrestre, che riguarda l’uomo, viene denigrato, accantonato, schiacciato. Nell’umanesimo siamo invece in una condizione diametralmente opposta: non è Dio al centro, ma l’uomo. Si rivaluta la nostra corporeità, si rivalutano i sentimenti umani ciò che è terreno, la bellezza della natura, tutto ciò che non è attinente esclusivamente alla sfera spirituale. Esso quindi è caratterizzato anche da una ricerca storica, dall’andare alla ricerca delle proprie radici e di un contatto con la classicità. Sono molti i letterato umanisti che girano nei vari monasteri europei per cercare i manoscritti delle opere antiche. C’è una ripresa della classicità: nel mondo greco e latino infatti l’uomo era messo al centro.
Petrarca per esempio, nel 1333, spinto da questo amore per i classici, con il permesso del cardinale Giovanni colonna, presso la cui corte lavorava in qualità di ambasciatore, si recò in nord in Europa e a Liegi trovò un’opera di Cicerone ancora sconosciuta, la “Pro Archia”. Al suo interno c’è un grandissimo elogio alla poesia. Nel 1345 nella biblioteca Capitolare di Verona scoprì invece le lettere scritte da Cicerone al suo amico Attico e a Quinto. Sono le cosiddette lettere “Ad familiares“. È proprio Petrarca che le scopre, perché erano manoscritti che si pensavano andati perduti, dopo essere finiti in queste immense biblioteche. La scoperta di questo epistolario di Cicerone lo spingerà a scrivere anche lui un epistolario, nel quale c’è appunto la Posteritati, indirizzata ai posteri.

Nacqui in esilio ad Arezzo, di lunedì, all’alba del 20 agosto dell’anno 1304 del Signore da onesti genitori di origine fiorentina. Questi, esiliati dalla loro patria, possedevano una certa fortuna che veramente s’andava ormai volgendo in indigenza.

In queste righe Petrarca sottolinea fortemente l’idea dell’esilio. Lo fa per istituire un collegamento con Dante. Vuole risultare come lui un poeta esiliato, un poeta minato dalle sofferenze dell’abbandono della propria patria. Si presenta come si presentava Dante, per mettersi sul suo stesso livello. Anche lui ha subito la profonda sofferenza dell’esilio, anche se in realtà nasce in esilio.
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