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Giovan Battista Zoppi – Un cestellin di paglie un dì tessea

Testo

Un cestellin di paglie un dì tessea
Tirsi, cantando appiè d'un verde alloro;
dentro vi chiuse un bacio e poi dicea:
Vanne in voto a colei per cui mi moro.
Piacque l'opra ad Amor. Dentro al lavoro
vezzi alla madre tolti anch'ei chiudea,
e in un le punte di quei dardi d'oro,
che scelti sol per le bell'alme avea.

Quando l'aprì la semplice Nigella,
il bacio del pastor corse non tardo
a prender loco in sulla fronte bella.
Ogni vezzo si sparse al viso ond'ardo;
verso il ciglio volaron le quadrella
e son quelle ch'ognor vibra col dardo.

Parafrasi

Tirsi, un giorno intrecciava un cesto con la paglia, seduto e cantando ai piedi di una verde pianta di alloro; dentro il cesto vi racchiuse un bacio e poi aggiunse: va’ in dono a, colei per la quale mi struggo d’amore.
All’amore piacque molto il cesto e l’idea di porvi un bacio per l’amata. Dentro al cesto, anche l’Amore, come Tirsi, pose qualcosa, cioè le grazie femminili tolte alla madre Venere ed insieme ad esse le punte di quei dardi che aveva scelto per colpire le anime più belle.
Quando l’ingenua Nigella lo aprì, il bacio del pastorello corse in fretta a posarsi sulla fronte della donna amata.
Ogni grazia si andò allora a posare sul viso di colei per la quale io ardo d’amor ; le frecce [chiamate nel testo quadrelle perché la loro punta è quadrangolare] volarono sulle ciglia: e sono quelle che di continuo Nigella fa vibrare nei cuori di coloro verso i quali essa rivolge il suo sguardo

Commento

Il quadretto dipinto dallo Zoppi è quanto più possa esistere di visione arcadica. Secondo l’uso dell’Arcadia, il poeta, trasformato in pastorello, sta tessendo un cestino di paglia dentro il quale egli racchiude un bacio per la donna amato. Tirsi Leucasio è il nome pastorale assunto dal poeta all’interno del gruppo arcadico per cui egli parla in terza persona.
Dal punto di vista metrico, si tratta di un sonetto la cui struttura è abab/baba/cdc/dcd.
Le immagini, tutte di una certa leziosità, sono di due tipi: quelle tipiche del Settecento dai colori tenui e sfumati che ci fanno pensare alle miniature del Rococò e quelle che, invece, ci riportano ad un residuo barocco come l’aggiunta dell’ Amore, personalizzato, che pone nel cestello i vezzi di Venere o gli strali d’oro. La presenza degli amorini non è solo frequente nei sonetti dello Zoppi o nella letteratura a lui contemporanea, ma perfino nelle opere scientifiche perché si trattava di una forma di decorazione, rispondente al gusto del tempo.
I critici hanno fatto notare l’equilibrio interno del sonetto: infatti, nella lettura, si potrebbe tralasciare la seconda quartina e collegare direttamente il nono verso con il quarto; a tale equilibrio gli Arcadi tenevano molto.
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