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Italo Svevo


Il suo vero nome è Aron Hector Schmitz, figlio di genitori ebraici. Il suo pseudonimo è dovuto alla consapevolezza di trovarsi a metà strada tra l’Italia e l’Impero Asburgico. Fin dalla giovane età viene avviato dalla famiglia agli studi per poter poi reggere l’azienda del padre (ricco commerciante). L’azienda fallisce e lui si avvia a studiare letteratura. Per mantenersi lavora in banca, e nel frattempo scrive due romanzi, “Una vita” e “Senilità”. Entrambi i romanzi sono un fiasco, la loro particolarità è di avere per protagonista un borghese ma inetto, un uomo che non ha la forza, un incapace alla vita e privo di attitudini per una certa cosa, inconcludente: l’esatto opposto di un futurista.
(Il protagonista di Una vita è Alfonso Nitti, che si suiciderà per non prendere parte ad un duello, il protagonista di Senilità è Emilio Brentani, che decide di sottrarsi alle responsabilità della vita a soli 35 anni scegliendo per sé una situazione di vecchiaia patologica, senilità precoce). [Mentre il suicidio di Jacopo Ortis è un gesto di libertà, quello di Alfonso è dovuto alla sua inadeguatezza alla vita].
La coscienza di Zeno
Struttura nuova rispetto ai romanzi del tempo, caratterizzata da una prefazione, un preambolo e diversi temi, quali:
  • Il fumo
  • La morte del padre
  • La storia di un matrimonio sbagliato
  • La moglie e l’amante
  • L’attività commerciale (La storia di un’associazione commerciale)
  • La malattia (Psicoanalisi, il diario)
La prefazione: Il dottor S. pubblica la storia di Zeno come vendetta in quanto si è improvvisamente “sottratto alla cura”. Il dottore afferma che non parlerà di psicoanalisi, ma esplicita che il narratore potrebbe aver raccontato il falso (Narratore inattendibile → la verità oggettiva non esiste). Secondo la psicanalisi per capire quali problemi affliggono un paziente bisognava ripercorrere la sua vita attraverso delle associazioni, partendo dal passato, per questo il dottore gli consiglia di scrivere le sue memorie. La vera protagonista del romanzo è quindi la “coscienza di Zeno”, non Zeno stesso.
Il preambolo: Zeno afferma che sono già passati più di 50 anni (10 lustri) dalla sua infanzia. La prima immagine che vede è una locomotiva che sbuffa (immagine che ritornerà anche al racconto della morte del padre), ma lì per lì non ha la men che minima idea di cosa significhi. Successivamente ha l’immagine di un bambino, ma ritiene impossibile che sia lui, pensa piuttosto che sia figlio della sua cognata. Si rivolge poi al bambino, chiedendosi come farà a proteggerlo, in quanto adesso la sua vita è felice ma di sicuro prima o poi qualcosa verrà a turbarlo.
Il tempo de “La coscienza di Zeno” è insolito, imprevedibile, del tutto personale e irregolare: il soggetto assembla e scompone a proprio piacimento i materiali della propria vita spostandoli, scansandoli, riprendendoli secondo necessità.
Il fumo: Zeno racconta di quando è un bambino e comincia a fumare. C’è poi un salto fino ai vent’anni, quando si ammala e il dottore gli obbliga di smettere di fumare: lui decide di fumare un’ultima sigaretta (anche se in realtà la sua vita sarà piena di ultime sigarette). La malattia gli procura il secondo dei suoi disturbi: lo sforzo di liberarsi dal primo. (Tutte le sue “ultime sigarette” saranno fumate in momenti per lui molto importanti). Si sente in colpa e si chiede se smettendo di fumare sarebbe mai diventato quell’uomo ideale che tutti si aspettavano.
Al vizio del fumo Zeno associa vocaboli negativi, che sottolineano il suo senso di colpa. Il vizio del fumo ha nel suo inconscio l’ostilità contro il padre, il desiderio di sottrargli le sue prerogative virili e farle proprie.
Lo schiaffo: Il padre di Zeno fa spesso sentire il figlio inadeguato e incapace. Zeno d’altra parte è mingherlino e non autoritario come il padre. L’unico momento in cui si sente più forte è durante la malattia del padre.
Appena prima di morire, il padre di Zeno gli dà uno schiaffo. Zeno crede che fosse dovuto alla sua presenza, in quanto stava togliendo l’aria al padre, perché prima d’allora non era mai stato colpito. (Zeno non capirà mai perché il padre ha voluto colpirlo, quindi ha un grande senso di colpa e moltissimi rimorsi). Zeno giudica il suo amore per il padre inadeguato e insufficiente e non riesce a provare definitivamente la propria innocenza: sarà lo schiaffo del padre a condannarlo definitivamente, perché così Zeno non sarà più in grado di dimostrargli il proprio affetto. L’ultima immagine che Zeno ha del padre sono le sue grandi mani. Al funerale riuscirà a ricordarlo solo con l’immagine di un padre buono, non come colui che gli ha tirato uno schiaffo.
Il matrimonio “sbagliato”: Zeno trova in Giovanni Malfenti una figura sostitutiva del padre (uomo d’affari sicuro delle sue certezze) e decide di sposare una delle sue figlie (anche per potersi sistemare economicamente, in quanto suo padre ha lasciato tutti i suoi averi al suo fidato amministratore). Zeno, sposandosi, crede di trovare delle certezze e delle sicurezze. Chiede la mano prima di Ada e poi di Alberta, ma viene rifiutato da entrambe. Alla fine il suo inconscio va a chiedere la mano di Augusta (Colpisce il bersaglio del vicino), la più brutta tra le sorelle ma la moglie di cui Zeno ha bisogno, in quanto amorevole come una madre e capace di creargli intorno un clima di sicurezza.
La salute di Augusta: Zeno descrive chi è considerato in salute (borghesi integrati nella società, sicuri delle loro certezze) ma poi analizzando Augusta converte la sua salute in malattia. Augusta è ferma nelle sue convinzioni (“La terra gira ma non per questo devi avere il mal di mare”), ha delle certezze (l’abito adatto, le ore dei pasti, l’anello del matrimonio, ecc.) e andava a messa per sopportare meglio i dolori e la morte.
Lo sguardo di Zeno è straniato: guarda alle cose normali della vita quotidiana con la sorpresa e lo stupore di chi è chiamato ad osservare cose mai viste. La malattia di Zeno consiste nel non poter vestire con convinzione i panni borghesi, nel non poter essere come sua moglie.
Il finale: “La vita somiglia un poco alla malattia e ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale” → non bisogna tappare i propri buchi, bisogna vivere come un Bohémien.
Nell’ultima parte del romanzo Zeno spiega che dopo aver raccontato la sua vita si sente guarito. Ma non grazie alla cura, anzi, si rende conto che è l’intera razza umana ad essere malata (lo scoppio della guerra simboleggia che gli uomini sono impazziti).
Gli animali si sono evoluti per sopravvivere, trovando in sé stessi l’abilità di vivere. L’occhialuto uomo (perché utilizza microscopi, telescopi e gli occhiali, uno strumento che rimedia la debolezza del corpo → gli uomini si sottraggono alla legge della selezione naturale, dove sopravvive solo il più forte) inventa ordigni fuori dal suo corpo (che vengono spesso usati per fare del male e hanno causato la crisi della società moderna). L’inetto che non era stato capace di prendere la stessa forma del mondo in cui viveva rivela la propria forza nel momento in cui quella forma è distrutta: egli ha la forza evolutiva che agli uomini manca, per il fatto stesso di essere definitivamente realizzati. La sua inettitudine lo rende più adatto ai cambiamenti sociali. Profetizza anche l’invenzione di un esplosivo potentissimo, in grado di distruggere tutta la terra.
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