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Italo Svevo


Italo Svevo è lo pseudonimo di Ettore Schmidt, figlio di genitori ebrei a Trieste nel 1861. Frequentò scuole israelitiche e poi fu mandato in Germania a studiare, dove perfezionò il tedesco (che già si parlava a Trieste). In quel periodo Trieste era una città mitteleuropea, nella quale confluivano molte culture (italiana, tedesca, ebraica). Visse in una condizione di discreta agiatezza economica (il padre era commerciante). Dopo 5 anni in Germania egli tornò a Trieste, dove si iscrisse in studi di carattere commerciale, tentando anche di scrivere. Nel 1880 decise di abbandonare gli studi per problematiche di tipo economico, iniziando a lavorare come impiegato di banca (egli subì un declassamento sociale). Il lavoro di impiegato era piatto e mortificante, ma gli permise di osservare da vicino la piccola borghesia. Nei libri “Una vita” e “Senilità” si vede proprio che lui conobbe la bassa borghesia, perché il primo libro ha come protagonista un impiegato di banca e il secondo un impiegato di un’assicurazione. Continuò a scrivere e nel 1892 pubblicò a sue spese il suo primo romanzo (“Una vita”), firmandolo con lo pseudonimo di Italo Svevo (facendo riferimento alla sua educazione italiana e tedesca), in una città che pur non facendo parte dell’Italia manteneva la doppia lingua. Questo romanzo non ebbe nessun apprezzamento, perché non si prestava ad accontentare i gusti del pubblico borghese (la società dell’800 era caratterizzata dalla predominanza della classe borghese, affermatosi durante la Rivoluzione Industriale). La classe borghese amava solo un certo tipo di lettura, e gli editori stampavano solo quel genere, e Svevo dovette fare i conti con questa mercificazione dell’arte (come già detto prima, l’autore non è libero, ma per sopravvivere deve assecondare i gusti del pubblico). L’arte, attraverso fotografia e stampa, era fruibile alle masse, e qui venne inventata la pubblicità (con in sottofondo musiche conosciute), facendo arrivare la cultura a tutti. Per l’artista questo fatto non era motivo di vanto perché sapeva di dover fare i conti con la società capitalista, dove tra l’altro nasce il self-made man (uomo che si fa da sé), molto apprezzato dalla borghesia.
In questa società di persone che cercano solo il successo, quelli che non lo conseguono vivono ai margini di essa, e sono proprio questi ad essere rappresentati da Svevo (che parlava di inetti, ossia persone che vivono la giornata tentando di sopravvivere come possono).
Dopo qualche anno Svevo pubblicò “Senilità” (=vecchiaia), che fu pubblicato a puntate in un giornale e che ebbe anch’esso poco successo. Così Svevo decise di abbandonare il lavoro in banca, smise di scrivere e andò a lavorare nell’industria di vernici per barche del suocero (egli nel frattempo aveva sposato una sua lontana cugina). Così egli diventò una specie di manager e viaggiò in tutta Europa. Ebbe necessità di parlare inglese e perciò si fece dare lezioni private da James Joyce che si era trasferito a Trieste dall’Irlanda. Il loro incontro fu determinante perché Joyce lesse i romanzi di Svevo e si rese conto della capacità innovatrice della sua scrittura, lodandoli e facendo tornare la voglia di scrivere a Svevo. Nel 1911 egli scoprì la psicanalisi, in quanto Bruno Veneziani, cognato della moglie, andò in analisi dallo stesso Freud (che aveva già pubblicato “L’interpretazione dei sogni”). Svevo si interessò alla psicanalisi e pensò che questa non servisse come terapia per curare le malattie psicologiche, ma credeva che fosse utile per scriverci dei romanzi (Svevo predilige nella descrizione dei personaggi l’analisi introspettiva di carattere psicologico, anziché l’esteriorità amata dai borghesi).
Dietro i primi due romanzi di Svevo ci sono le letture dei romanzieri russi (Tolstoj, Dostoevskij…), che scrissero romanzi di carattere psicologico. La malattie che colpisce di più l’uomo moderno è la nevrosi (e l’inettitudine ne è la conseguenza), infatti Zeno è nevrotico e non si rende conto che la sua malattia è psicologica perché lui è ipocondriaco. Sono presenti molti elementi freudiani nella Coscienza, ad esempio l’atto mancato, ossia quando Zeno si “dimenticò” del funerale di Guido.
Nel 1915 scoppiò la Prima Guerra Mondiale, e l’attività del suocero rallenta; questo permise a Svevo di scrivere il suo terzo romanzo, “La Coscienza di Zeno”, pubblicato nel 1923 dall’editore Capelli (anche se le spese di pubblicazione furono a carico di Svevo), ossia 25 anni dopo “Senilità”, infatti una parte della critica definisce fratelli i personaggi di “Una vita” e “Senilità”, mentre cugini quelli della “Coscienza”, perché Zeno non fallisce, al contrario degli altri. James Joyce apprezzò l’opera, e venne anche pubblicata una recensione di un giovane poeta, Eugenio Montale, che fece scoppiare in Italia il cosiddetto “Caso Svevo”, in quanto si iniziò ad apprezzare l’autore.
Svevo fa da spartiacque tra la letteratura del passato e quella moderna. Il punto di vista della Coscienza è interno al romanzo, e quindi si può dire che è autodiegetico.
Una volta ottenuto il successo, Svevo si dedicò solo alla scrittura, producendo opere teatrali e anche la continuazione della “Coscienza”, ma nel 1928, dopo un incidente stradale, morì (il titolo del romanzo sarebbe stato “Il vecchione”). La letteratura, per Svevo, era considerata un impiccio rispetto alla sua attività di imprenditore, infatti egli diceva di avere un cassetto (dove teneva i manoscritti) che lo attirava.

Una vita

Alfonso è uno scrittore (un intellettuale), che si invaghisce di Annetta, che riesce ad attrarre; sposando questa donna sarebbe riuscito a fare la tanto ambita “scalata sociale”. Con il pretesto di accudire (è una scusa) la madre lascia Trieste. Rientrato in città trova Annetta sposata con Macario, avvocato di successo, così chiede un appuntamento alla ragazza, che manda suo fratello. Tra Alfonso e il fratello nasce un battibecco, e il fratello lo sfida a duello, ma Alfonso preferisce togliersi la vita (egli è veramente un personaggio fallimentare). Nei romanzi sveviani le donne vengono viste/rappresentate come delle nemiche, perché i protagonisti (che sono degli inetti) perdono sempre di fronte alle donne (anche se in questo caso è Macario il vero antagonista). Questa caratteristica si vede meglio in D’Annunzio con il superuomo che fallisce di fronte alla donna. Alfonso ha una presunzione di superiorità culturale, ma per i borghesi l’importante è il successo. Questo fa di Alfonso un inadatto/inetto.

Senilità

Emilio Brentani, impiegato (in una compagnia d’assicurazione) e letterato (come Alfonso) si invaghisce di Angiolina, donna volgare e di facili costumi che lui vuole condurre sulla buona strada. Il nome non è casuale, infatti deriva da Angelo (di ascendenza stilnovista). Alla fine però lei viene attratta da Stefano Valli (antagonista), scultore, che inizialmente aveva il compito di aiutare Emilio a sedurre Angiolina, ma lei seduce Stefano e Emilio diventa geloso ossessivamente. Quando poi scopre che sua sorella Amalia si era anch’essa invaghita di Stefano, Emilio tenta di allontanarla da lui, facendola finire nel vortice dell’alcolismo, morendo. Emilio lascia Angiolina odiandola, ma allo stesso tempo vivendo nel ricordo idealizzato della ragazza, finendo per chiudersi in sé stesso e vivere da vecchio. L’ambientazione è Trieste. Come stile questo romanzo è molto vicino al precedente (di stampo classico).
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