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Pinkola Estés - Lo zio Zòvar - Riassunto


Il brano è tratto dal libro Il Giardiniere dell’anima, pubblicato nel 1995, della scrittrice ungherese C.Pinkola Estés che nel testo narra, in prima persona, il rapporto dello zio con la natura.
Il messaggio che essa vuole trasmettere ai lettori è questo: come la natura all’arrivo di ogni stagione muore e rinasce, anche la vita dell’uomo porta in sé una grande energia che gli permette di rinnovarsi: infatti, dopo un episodio doloroso, lo zio riprende con più forza a vivere grazie allo stretto legame che sa mantenere sia con la nipotina che con la natura.

Un vecchio contadino ungherese, di nome Zòvar, che ha dovuto lasciare la sua patria durante la Seconda guerra mondiale, arriva in America dove lo attendono i suoi familiari. Fra questi, ritrova una bambina, la nipote, alla quale l’uomo racconta tutta una serie di storie.

La voce narrante è la ragazza in prima persona. Nonostante lo zio fosse oppresso da ricordi terribili, a volte esistevano anche dei momenti di serenità quando con la nipote passeggiava attraverso i campi. Lo zio conosceva molto bene il luogo dove abitava con i parenti: la casa circondata su due lati da un cortile, poi un campo, poi altri campi vicino alla strada ed infine quelli più lontani. Nel camminare in mezzo ai campi, le scarpe si facevano sempre più pesanti a causa del fango che si attaccava alle suole; a causa della fatica, le gambe tiravano ed era come lottare contro qualcosa, ma riusciva sempre a farcela e questo rappresentava un po’ la prova che, dopo l’esperienza della guerra, egli riusciva comunque a riprendere la vita di sempre
Nel camminare, il vecchio insegnava alla bimba a conoscere i segreti della natura: l’utilità delle farfalle e degli uccelli perché trasportano il polline da un albero all’altro e queste permette la crescita di tanta frutta, ciliege, prugne e pesche, da conservare per l’inverno. Ogni tanto lo zio parlava di altro. Una volta disse di aver sentito qualcuno che chiedeva dove fosse il giardino dell’Eden. Per lo zio, il giardino dell’Eden era proprio sulla terra su cui poggiava i piedi, anche se attraversata da strade o usata in modo improprio. La terra, per lui era come un essere vivente che va trattato gentilmente e da cui si può avere tanta felicità e servire da esempio di coraggio e di resistenza. La terra non deve essere riportata in vita (cioè lavorata per renderla produttiva) con modo di fare violento. Per lo zio, bisogna fare come quando si versa il latte nella farina per fare un dolce; il latte viene versato poco a poco e non tutto in una volta e mescolato lentamente. Così si deve agire con la terra; essa deve essere lavorata delicatamente, poco a poco, e non tirare su delle grandi palate di terra per fare prima.
La bimba imparò così dallo zio che dalla terra si ricava il cibo di cui abbiamo bisogno, gli elementi per la nostra sopravvivenza e anche delle occasioni di bellezza. Il campo, dopo essere stato bruciato in modo controllato, per essere fertilizzato con la cenere, e fino ad allora rimasto incolto, ad un certo punto ricevette dei semi e dopo un certo periodo cominciarono a spuntare degli alberelli: querce, pini bianchi, aceri rossi ed argentati e, in prossimità della parte più umida, anche dei salici. Lo zio fu molto felice di vedere nascere e crescere gli alberi che considerava come bambini. Dopo molto tempo, si formò un bosco, luogo ideale per i giochi dei bambini o per i viandanti che volevano riposare al fresco. Diventò anche la casa di tanti uccelli che lo zio chiamava “i gioielli del bosco di Dio” e di farfalle che si posavano leggermente sui fili d’erba. La mattina presto, era possibile osservare la rugiada che sottolineava i contorni di ogni cosa, simile a piccole strisce di luce. Sotto la luce del primo mattino, il campo, un tempo deserto, brillava come un palazzo in cui ogni cosa assorbiva la luce per restituirla moltiplicata. Tutte queste immagini ci facevano capire che ci trovavamo veramente nell’Eden.
Lo zio visse a lungo ed erano già passati quarantacinque anni dal suo arrivo in America: la sua longevità forse derivava dalla fiducia nella nuova vita che si era aperta davanti a lui, nonostante le atrocità della guerra che aveva lasciato alle spalle. Alla fine del testo, la scrittrice paragona il campo al vecchio zio. Col tempo, grazie ai semi, il campo da incolto acquistò vitalità; nello stesso modo, lo zio, a contatto con la natura, è come se fosse rinato e se avesse acquistato una nuova energia. L’autrice riconosce pertanto nell’animo dello zio un piccolo Eden, proprio come il vecchio era solito definire il campo trasformato in boschetto.
Nell’ultimo paragrafo, il vecchio zio è paragonato anche ad un albero che pur essendo caduto, ma non sradicato del tutto, continua, con molto coraggio, a far nascere qualche foglia. Nello stesso modo, lo zio, pur essendo ormai molto anziano, continuò ogni tanto ad occuparsi della sua terra. Infine una notte, giunto ormai il momento giusto, egli morì, ma la sua morte è vista dall’autrice come un mezzo per raggiungere la libertà
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