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Primo Levi, “Il canto di Ulisse” da Se questo è un uomo (cap. XI)


Commento


Jean è un compagno di prigionia di Levi a cui i Tedeschi hanno affidato l’incarico di “Pikolo”. Il “Pikolo”aveva diverse incombenze fra cui quella di prelevare e trasportare il rancio per il proprio gruppo di internati. Trasportare la marmitta piena di zuppa era un lavoro troppo pesante per una persona sola per cui, di volta in volta, Jean poteva scegliere una persona disposta ad aiutarlo Un giorno sceglie Primo Levi.
Durante il percorso che va dalla cisterna interrata alle cucine dove Jean e Primo si devono recare per riempire la marmitta, Primo tiene al suo amico una lezione. Jean, che già parla perfettamente il francese e il tedesco perché ha origini alsaziane, chiede al suo amico di insegnargli l’italiano. Levi è ben contento e decide di utilizzare, come primo approccio il canto XXVI dell’Inferno della Divina Commedia, quello di Ulisse. Per quanto la scelta paia strana e poco adatta per insegnare una lingua straniera ad un principianti, il canto servirà per fare una riflessione sulla condizione dei deportati in un campo di concentramento.
Prima di commentare il passo, è utile ricordare il canto di Dante che parla di Ulisse.
Nell’ottava bolgia ogni fiamma porta al suo interno un peccatore: i consiglieri fraudolenti, coloro che usarono l'intelligenza per ingannare i propri simili. Ulisse è qui condannato, perché era stato l’artefice dell’inganno del cavallo di Troia. Su richiesta di Virgilio per conto di Dante, Ulisse inizia il racconto della sua morte.

Dopo aver lasciato la maga Circe, Ulisse, spinto dalla sete di conoscenza raccoglie un piccolo gruppo di vecchi compagni e salpa con una nave.
Giunti alle colonne d'Ercole (lo stretto di Gibilterra), egli incita i suoi marinai a superarle dicendo loro:
fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. L'imbarcazione procede il viaggio e giunge alla montagna del Purgatorio. Qui un turbine di vento investe la nave, che fa naufragio.

Ulisse rappresenta la volontà di conoscere che è la qualità essenziale dell'uomo moderno; una vita priva di questo desiderio costituisce un'esperienza degna solo di un’animale.
Il ricordo di Dante fa risalire in superficie la memoria della vita vissuta fino ad ora da Jean e Primo (le montagne, il mare), che la logica dello sterminio nazista cerca in tutti i modi di annullare, riducendo gli uomini solo ad un numero di matricola, arrivando così ad annientare la dignità umana. E’ così che il XXVI canto dell’Inferno, fa affiorare l’identità profonda dell’io umano, salvando i ricordi. In pratica il canto di Ulisse serve ai due internati per ritrovare se stessi in quell’abisso del nulla costituito dal campo di concentramento.

L’invito che Ulisse rivolge ai compagni prima di sparire oltre le Colonne d’Ercole davanti alla montagna del Purgatorio è molto significativo a questo proposito: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.” Riportando il verso dantesco “fatti non foste a viver come bruti”, Levi condanna la malvagità del sistema dei campi di concentramento che miravano proprio a ridurre gli uomini allo stato animale e sottolinea lo scopo più nobile che l’uomo deve perseguire nella sua vita: inseguire virtute e canoscenza.Tuttavia esiste una notevole differenza fra l’Ulisse di Dante e l’Ulisse di Primo Levi anche perché la concezione del mondo non è la stessa.
Per Dante, Ulisse non è illuminato dalla Grazia di Dio e spingendosi oltre le colonne di Ercole, egli ha compiuto un atto di superbia e il suo percorso viene definito un “folle volo”, lontano dai disegni della Provvidenza. Dante contrappone al viaggio orizzontale di Ulisse (un viaggio geografico, spaziale) il proprio viaggio, che è invece verticale (come verticale è tutta la struttura della Commedia, cioè tesa verso il vertice ultimo che è Dio);
Per Levi, al contrario, il viaggio di Ulisse non è folle, anzi è un appello alla dignità attiva della ragione umana anche in condizioni estreme in cui si trovano Primo e Jean. Recuperando la propria dimensione razionale, i deportati, costretti a vivere come bruti, riacquistano la loro dignità umana. D’altra parte Primo Levi ha una visione laica del mondo che esclude ogni richiamo alla Provvidenza divina.
Il naufragio di Ulisse richiama il naufragio di Primo e di Jean: i due internati, grazie a Dante, hanno per un attimo ritrovato la loro dignità umana che tuttavia, subito dopo, viene nuovamente sommersa dalla realtà di Auschwitz con tutte le sofferenze e la triste realtà quotidiana.

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