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Il principe e il partito


Il principe assolve una funzione indispensabile all’unità, alla sopravvivenza e alla forza dello Stato. Di questa funzione, che Machiavelli attribuiva al principe, Gramsci definisce un corrispettivo nel suo tempo, individuandolo nel partito politico, organismo indispensabile in qualsiasi ordinamento democratico. Il partito costituisce la «prima cellula» di un organismo capace di riassumere «germi di volontà collettiva», quella stessa «volontà collettiva» che nell’ottica di Machiavelli doveva sorreggere e seguire la lezione del Principe.

Superando definitivamente la secolare polemica sulla propensione presunta di Machiavelli per la tirannide o per la repubblica, Gramsci propone una lettura in chiave democratica del pensiero machiavelliano, pur restando filologicamente attento a una lettura del testo in relazione con il tempo in cui fu scritto.
Il dato realmente democratico messo in gioco da Machiavelli risiede nell’accento posto sull’aspetto della «volontà generale», sebbene riportato a un ordinamento dello Stato consono all’epoca.
In proiezione moderna, Gramsci individua il principale fattore di modernità del discorso machiavelliano nell’analisi dell’ufficio del principe come organismo, ovvero come parte necessaria dell’organizzazione sociale, di cui costituisce la testa.
La funzione del principe, però, nel Novecento non può più essere delegata a una sola persona, ma è svolta da un organismo collettivo rappresentato dal partito politico, che costituisce il primo nucleo di elaborazione e sintesi di una «volontà generale» e, nella sua natura originaria, l’organo capace di promuovere una concezione del mondo.
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