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Qualcosa era successo - Dino Buzzati



“Qualcosa era successo” è un racconto piuttosto breve, ambientato su un treno in viaggio dall’estremo sud dell’Italia verso Milano. La narrazione inizia qualche minuto dopo la partenza. Il protagonista, un passeggero del treno, stava guardando fuori dal finestrino quando, ad un passaggio a livello, aveva notato una giovane contadina. La ragazza stava osservando il treno che arrivava, quando si era voltata improvvisamente, all’arrivo di un uomo che correva e urlava, come per avvertirla di un pericolo. Il treno era poi passato oltre e il passeggero non era riuscito a vedere altro, ma si era chiesto che cosa potesse aver causato un tale affanno nell’uomo. Tuttavia non se ne era preoccupato più di tanto e si era quasi assopito, quando un’altra scena che avveniva nei campi che costeggiavano i binari aveva attirato la sua attenzione. Un gruppetto di sei o sette persone correva a perdifiato attraverso i campi, per radunarsi attorno ad un contadino che stava in piedi su un muretto. Nella loro corsa sembrava non gli importasse di calpestare le erbe, i fiori, le coltivazioni, come se qualcosa di estremamente urgente e spaventoso li tormentasse. Il protagonista, vagamente incuriosito e suggestionato da questa coincidenza, aveva quindi iniziato ad osservare con maggiore attenzione le persone al di là del finestrino e più guardava più gli sembrava che ovunque qualcosa le preoccupasse e animasse. C’era confusione, donne che si affannavano, numerosi carri e sempre di più lo assillava il dubbio che fosse accaduto qualcosa, una qualche disgrazia forse. A quel punto aveva quindi osservato i suoi compagni di viaggio: sembravano apparentemente sereni, ma era evidente, per il protagonista, che anche loro sbirciavano continuamente fuori dal finestrino, probabilmente afflitti dal suo stesso turbamento. Il treno però continuava a viaggiare veloce, senza che nessuna notizia arrivasse da fuori. Non un avviso, un avvertimento. Eppure l’agitazione della gente era ormai lampante: c’erano camion, auto e gruppi di gente colti da un’insolita frenesia. Le stazioni pullulavano di persone e i treni che andavano verso mezzogiorno erano colmi. Era chiaro che tutti stavano scappando da qualcosa, qualcosa a cui il treno del protagonista si stava invece avvicinando sempre di più. Ormai era attanagliato da una profonda paura e non faceva altro che pensare a quale avvenimento terribile fosse accaduto. Eppure nessuno degli altri passeggeri osava parlare: tutti aspettavano che fosse qualcun altro ad esprimere il dubbio che stava tormentando ognuno di loro. Quando erano passati nell’ennesima stazione il treno ancora una volta non si era fermato, ma aveva rallentato leggermente, quel poco che bastava per permettere ad un ragazzino carico di giornali di consegnarne uno ad una passeggera del treno. Il protagonista, convinto che il ragazzo volesse avvisarli di quello che stava succedendo, sperando che non fosse troppo tardi, aveva subito guardato il grande titolo in prima pagina. Purtroppo però il giornale si era strappato a causa del vento ed erano rimaste solo quattro lettere: IONE. Questo non aveva fatto altro che accrescere il terrore nei passeggeri: una cosa terribile che finiva in IONE li aspettava al loro arrivo. Quando arrivarono a destinazione la stazione di Milano era completamente vuota, c’era buio e improvvisamente l’urlo di una donna che chiedeva aiuto aveva squarciato il silenzio.
Il centro di questo racconto è chiaramente l’ansia del protagonista, la paura che lo attanaglia e lo accompagna per tutto il viaggio. La narrazione viene fatta dal punto di vista del protagonista, perciò inizialmente il lettore può considerare fondata la sua preoccupazione. È evidente però che questa non corrisponde alla realtà. È semplicemente una percezione soggettiva, una paura infondata che aumenta a poco a poco dentro di lui: suggestionato e influenzato dalla prima scena a cui aveva assistito, inizia ad interpretare qualunque cosa veda sulla base dell’idea che si era fatto, idea che non ha però alcuna base oggettiva. È convinto che stesse accadendo una disgrazia, perciò interpreta la frenesia delle persone come ansia e paura. Le stazioni gli sembrano più affollate del solito e gli sembra che tutte le persone si accalchino sui treni che viaggiano verso sud, impazienti di fuggire. Anche negli sguardi degli altri passeggeri vede ansia e agitazione e quando legge le quattro lettere sul giornale il suo terrore aumenta. Con la mente pensa subito a parole come, “esplosione”, “rivoluzione”, “distruzione”, ma è chiaro che ci potrebbero essere anche decine di parole positive al loro posto. Infine a portare all’estremo la sua angoscia è la stazione di Milano, destinazione del treno. La stazione è completamente vuota, cosa perfettamente normale e plausibile, considerando che è notte fonda e una donna urla chiedendo aiuto. Anche questo fatto potrebbe avere innumerevoli spiegazioni alternative e sicuramente non conferma i timori del protagonista. Secondo me questa sua preoccupazione e la sua paura infondata è molto influenzata dal fatto che lui si trova in una condizione di impotenza. Non può fare altro che immaginare cosa possa essere accaduto e il fatto di rimanere completamente all’oscuro, chiuso nel suo treno, senza alcuna possibilità di confermare oppure smentire i suoi dubbi, lo porta all’esasperazione e al terrore profondo. Il treno non si ferma, non si può fermare e lui è sempre più vicino a ciò che lo terrorizza e sempre più ansioso di scoprire cosa sia. È il fatto di non sapere che accresce la sua angoscia: si è ormai convinto che ci sia una minaccia, ma non c’è modo di sapere quale essa sia.
Credo che questi concetti di impotenza e paura infondata, nonostante siano volutamente eccessivi ed amplificati in questo racconto, siano davvero molto comuni. Li proviamo quotidianamente, spesso senza accorgercene. Non sempre quello che vediamo è la realtà. Essa viene continuamente filtrata attraverso pregiudizi e paure. Ci sono delle cose di cui abbiamo paura semplicemente perché non le conosciamo, ma attribuiamo loro un significato costruito a partire dal nostro sistema di valori, dalle nostre convinzioni e dalle nostre esperienze. Spesso ciò che ci guida non è la razionalità, ma è la parte più emotiva e suggestionabile, che ci impedisce di vedere la realtà così com’è, nella maggior parte dei casi attribuendole caratteristiche negative e minacciose. Inoltre, come il protagonista, siamo addirittura convinti che ciò che spaventa noi spaventi anche gli altri e tuttavia non abbiamo il coraggio di condividerlo.
Carico di significato è anche il paragone dell’autore tra il treno e la vita. Il treno non si ferma, anche quando il protagonista lo vorrebbe, e in effetti anche la vita è così. Certe volte vorremmo che il tempo si fermasse, che un momento durasse più a lungo, ma ciò non è possibile. Ma d’altro canto anche noi stessi ci comportiamo come un treno: andiamo avanti, corriamo e non ci fermiamo a riflettere quando ne abbiamo la possibilità. Il tempo passa senza che ce ne accorgiamo e a volte ci ritroviamo a desiderare di tornare indietro. Ma il treno è inarrestabile e procede rapido nonostante i nostri desideri.
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