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I principati acquistati con virtù e il valore degli esempi


Nel capitolo VI Machiavelli si sofferma su una tipologia ben precisa di principati nuovi: quelli conquistati dal principe con armi proprie (dunque senza contare su alcun apporto esterno) e grazie alla propria virtù. In questa sezione, particolarmente rappresentativa dello stile e della strategia argomentativa machiavelliana, assumono peculiare rilevanza alcuni concetti fondanti dell’intera costruzione concettuale e filosofica del Principe: al costante raffronto con gli esempi degli antichi si affiancano, infatti, sia l’esame del rapporto tra fortuna, occasione e virtù, sia la lucida osservazione della natura umana.

La scansione tematica e argomentativa


Nel capitolo è possibile individuare una precisa e calibrata distribuzione degli argomenti. Il tema centrale ruota intorno ai principati acquisiti con la virtù e con le armi proprie, ma la trattazione consente a Machiavelli di mettere a fuoco anche altri concetti chiave del suo pensiero antropologico e politico. Sin dai primi paragrafi, viene ribadito il principio della sostanziale uniformità della natura umana nel tempo, su cui poggia a sua volta l’idea della storia come maestra delle umane azioni. Ciò legittima tanto il principio di imitazione che la validità dei grandi esempi del passato, tramite i quali l’«uomo prudente», ripercorrendo le «vie battute da uomini grandi», riesce a prevedere e a prevenire le eventuali difficoltà del futuro. A supporto di tale argomentazione, Machiavelli inserisce il paragone dell’arciere prudente (ovvero, capace) che, per cercare di raggiungere un bersaglio particolarmente lontano, mira più in alto. L’invito è dunque quello a porsi come modelli da imitare degli esempi eccellentissimi, allo scopo, se non di eguagliare, quanto meno di avvicinarsi a quelle vette.
Dopo questa premessa, il discorso affronta il tema del rapporto tra virtù e fortuna: il capitolo prende infatti in esame il caso di quei principi a cui la fortuna (intesa come l’insieme imprevedibile e spesso caotico dei casi) ha dato solo una condizione iniziale, che poi è stata sviluppata positivamente grazie alle capacità politiche dei soggetti stessi. Nei casi specifici degli illustri antichi - tratti dalla Bibbia, dalla mitologia e dalla storia - che rientrano in questa categoria, appare chiaro dunque che la virtù si esplica soprattutto come capacità di cogliere e saper sfruttare al volo quella particolare concomitanza di circostanze fortuite che costituiscono l’occasione. Tra le capacità del principe virtuoso Machiavelli indica anche quella di non dipendere dalle forze militari altrui, ma di poter contare su eserciti propri. Di qui scaturisce l’immagine molto forte del profeta armato che domina l’ultima parte del capitolo e che sarà poi rovesciata in quella di “profeta disarmato” riferita a Gerolamo Savonarola.
La tesi di fondo del capitolo può dunque esser riassunta in questo modo: chi acquista il potere basandosi principalmente sulla sua virtù farà più fatica nell’acquisto e meno nella sua conservazione. Ma se da un lato viene sottolineato l’aspetto positivo della virtù, dall’altro non può sfuggire che essa per manifestarsi ha sempre bisogno dell’occasione e che quest’ultima è il prodotto di una serie di circostanze dettate dalla fortuna (come Machiavelli mostra soffermandosi sulle vicende di Mosè, Ciro, Romolo e Teseo, e infine di Gerone II di Siracusa). L’occasione e la virtù (che torneranno ad assumere grande rilievo anche nel cap. xxv del Principe) hanno pertanto bisogno l’una dell’altra, devono completarsi a vicenda per non rimanere entrambe infruttuose e prive di riscontro.

L’esempio negativo: Savonarola


La stretta relazione tra l’esemplarità del passato e la condizione del tempo presente può essere facilmente colta laddove Machiavelli, passando momentaneamente dal glorioso passato dei grandi principi alla più recente storia fiorentina e italiana, prende in esame la fallimentare parabola politica di Girolamo Savonarola, per mostrare ancora più nel dettaglio a quali strategie il principe è tenuto ad attenersi in un’oculata gestione del potere: il più grave fattore di debolezza del frate domenicano - agli occhi dell’autore - fu infatti la mancanza di armi proprie (Savonarola viene definito “profeta disarmato”), con le quali controllare e mantenere saldo l’instabile consenso popolare, non più solamente per mezzo della persuasione, ma anche con la forza.

Lo stile di Machiavelli

Nel capitolo si riscontrano alcune caratteristiche peculiari dello stile machiavelliano. L’impostazione dimostrativa e argomentativa della prosa si fonda su una studiata distribuzione della sintassi: si pensi al tipico procedimento dilemmatico mediante l’accorto uso della disgiunzione («o virtù o fortuna»; «se questi innovatori stanno per loro medesimi o se dependono da altri [...] bisogna che preghino, o vero possono forzare»); si pensi inoltre al ricorso a parallelismi e a chiasmi, che cristallizzano sul piano retorico l’impianto concettuale (per i parallelismi si veda ad esempio: «sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano»; per la costruzione chiastica: «acquistano el principato con difficoltà, ma con facilità lo tengono»); infine, all’uso di formule e massime che sintetizzano efficacemente la visione dell’uomo manifestata dall’autore («[...] la incredulità degli uomini, e’ quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza»; oppure: «e’ profeti armati vinsono ed e’ disarmati ruinorno»). Degna di rilievo è anche la sintassi che ricorre frequentemente ai nessi causali (perché) e conclusivi (adunque, dunque, pertanto) e alle cosiddette «formule di necessità» («Era dunque necessario», «Conveniva / conviene che» ecc.), che conferiscono al ragionamento un andamento concatenato e stringente, che non ammette eccezioni o dubbi ma si impone come evidente in sé e indiscutibile.
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