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Vita e Opere di Pirandello


Vita: nato nel 1867 e morto nel 1936, la sua vita fu una fonte d’ispirazione per la sua opera in molti aspetti. Figlio di una famiglia borghese, ebbe la possibilità di frequentare anche l’università di Lettere fin a Bonn, in Germania, dove incontrò gli autori romantici che influenzarono la sua visione dell’umorismo. Poi si dedicò completamente alla scrittura dei romanzi, ma anche a gestire il Teatro d’Arti a Roma, insegnare Italiano e pubblicare saggi. Sposò Maria Antonietta Portulano, donna dal fragile equilibrio psichico che il disastro economico della famiglia di Pirandello del 1903 fece sprofondare nella follia. La sua gelosia ossessiva potrebbe essere la causa della concezione della trappola familiare per lo scrittore. Durante il fascismo prese volontariamente la tessera del partito, appoggiandolo anche dopo il delitto Matteotti del 1924 perché sperava nella possibilità di ordinare il caos della società che lo aveva declassato a piccolo borghese, il cui grigiore si vede anche nella sua opera. Dopo qualche anno si ricrederà, però senza mai opporvisi in modo drastico. Nel 1934 ricevette il premio Nobel per la letteratura.
Opere: scrisse Il Fu Mattia Pascal; Uno, nessuno e centomila; L’esclusa; I vecchi e i giovani; Il giuoco delle parti; L’umorismo.
• Poetica: L’umorismo è il testo-chiave per tutta l’opera pirandelliana. Si compone di una parte storica, in cui l’autore esamina le varie manifestazioni dell’arte umoristica, e di una parte teorica in cui è definito il concetto stesso di umorismo. Questa fu un’esigenza di Pirandello per criticare la concezione di arte per Benedetto Croce. Questi credeva che la poesia dovesse essere “pura”, come quella di Ariosto o D’Annunzio e non educativa come quella di Tasso o Leopardi, perché nella creazione artistica non c’è un momento di riflessione, ma solamente una produzione attiva. Pirandello invece sosteneva che ciò è falso se l’opera d’arte in questione è umoristica, perché qui la riflessione interviene sempre a un certo punto.
Un’arte che scompone il reale: fa appartiene alla parte teorica. La definizione dell’umorismo data dallo scrittore è, appunto, l’atteggiamento che coglie il carattere molteplice e contradditorio della realtà, disgregando i punti di riferimento, i luoghi comuni e rivelando le contraddizioni laceranti della realtà.
➢ Per questo è l’arte moderna per eccellenza, perché essa riflette la coscienza caratteristica del Novecento: caotica e in crisi con le prospettive tradizionali della fede religiosa e positivistica nella scienza, proprio come la realtà moderna, rivoluzione paragonabile a quella di Copernico -> espressione della crisi del Positivismo e degli orientamenti irrazionalistici e vitalistici del periodo fu anche la filosofia di Henri Bergson: la conoscenza scientifica è inadatta a comprendere la mutevolezza della vita; l’evoluzione si sviluppa solo in obbedienza allo slancio vitale.
➢ Per spiegarsi Pirandello fa l’esempio di un’anziana signora che “fa la giovane”, cioè si veste in modo giovanile truccandosi troppo per la sua età e tingendosi i capelli. Lì per lì l’immagine è comica, perché si avverte che lei dovrebbe essere il contrario di quello che è ora, ovverosia una rispettabile signora. Ma se ci si fermasse a riflettere sul perché di quest’atteggiamento e si capisse che la signora fa così solo per tenersi l’amore del marito molto più giovane e che magari ne soffre anche lei, allora l’effetto comico svanisce. Subentra così l’umoristico, sarebbe a dire il sentimento del contrario.
➢ Inoltre lo scrittore definisce la vita come un flusso continuo come il magma, una materia informe e liquida che però in superficie si secca e irrigidisce. Così fa l’uomo: quando nasce, egli entra con corpo e coscienza nel flusso vitale fino a quando, progressivamente, si blocca fino all’immobilità della morte.
Dualità vita - forma: la prima è il flusso continuo, la seconda è costituita dalle convenzioni che fissiamo su noi stessi, intrappolandoci sotto delle maschere con cui fingiamo di essere tante di quelle persone diverse che alla fine anche il minimo cambiamento può innescare una specie di esplosione -> Il treno ha fischiato. Il titolo di un’altra opera di Pirandello è esemplificativo: Uno, nessuno e centomila mostra come dall’unica personalità con cui nasciamo si arrivi ad averne migliaia per ogni occasione, perdendo però la propria originale, annullandosi.
➢ Per questo guardarsi allo specchio ci sembra strano e angosciante: noi “ci vediamo vivere” dall’esterno ma non è come gli altri ci vedono, e mai potrà esserlo. Eppure questo ci differenzia dalle altre creature -> Pascal: uomo è un giunco pensante in preda al vento; Leopardi: uomo con tedio diversamente dalle pecore.
Novelle per un anno: La trappola è un monologo che può essere considerato come la novella-manifesto perché vi si concentrano i temi fondamentali dell’opera pirandelliana.
Inconsistenza della realtà: il suo carattere fittizio è costruito interamente dalle nostre illusioni, perciò si è presi dal panico quando la luce, che ci convinciamo sia la razionalità, scompare: proprio allora si vede un’altra realtà più oscura, ma che è quella vera.
Il rifiuto della “forma": il protagonista-narratore sente che ciascuno indossa una maschera per vivere con gli altri, a recitare una parte, che però è una “trappola mortale”. I rapporti sociali sono crudeli e infatti, il rifiuto della “forma” si risolve in una feroce misoginia: la donna, essendo colei che procrea, ha la responsabilità di staccare degli esseri dal flusso vitale e destinarli alla morte -> La lupa, Verga: donna –vampiro che porta l’uomo alla rovina, MA nella novella di Verga la donna vuole essere rispettabile, sfrutta l’uomo solo per avere un figlio, visto che dal marito non lo può avere.
➢ Impostazione innovativa del racconto: la novella non presenta quasi carattere narrativo, è solamente un monologo di un narratore di cui non si sa niente.
Rifiuto della società e nostalgia dell’immediatezza vitale: la contrapposizione “vita - forma” rivela anche il nucleo autentico della visione dello scrittore: il suo rifiuto “anarchico” per ogni forma di organizzazione sociale, sentita come costrittiva e falsa, e la sua disperata nostalgia di un’immediatezza spontanea del vivere, che nella realtà moderna sembra impossibile.
Il treno ha fischiato è una novella strutturata come un’inchiesta alla ricerca della verità celata dietro la presunta follia di Belluca, prima impiegato modello.
➢ Il racconto segue un movimento dall’esterno verso l’interno del personaggio: prima viene visto dagli occhi estranei dei colleghi, poi dalla prospettiva più familiare del narratore – testimone e infine, grazie a un discorso indiretto libero, il protagonista racconta cosa veramente gli è successo.
La trappola: Belluca rappresenta l’uomo imprigionato nella “trappola” della “forma” della famiglia e del lavoro, che lo mortificano costringendolo a fare sempre atti ripetitivi e alienanti. Per coinvolgere ancora di più il lettore, Pirandello conduce fino al parossismo le già ridicole condizioni di vita del protagonista: tre donne cieche in casa, più due figlie vedove con complessivi sette figli non possono che suscitare il riso, facendo scattare il “sentimento del contrario”.
L’epifania della vita: la causa che ha scatenato la pazzia di Belluca è stata una sorta di epifania, cioè la rivelazione improvvisa di un senso della realtà di cui l’eroe non aveva coscienza. Si tratta del fischio di un treno, insignificante ma talmente nuovo rispetto alla normalità della sua vita che lo porta a evadere con l’immaginazione verso mondi lontani in cui è finalmente felice.
L’evasione consolatoria: Belluca però sa che non potrà scappare dalla sua monotona vita di prima, difatti afferma che ritornerà entro i limiti del suo lavoro, ma stavolta avrà la fantasia come valvola di sfogo per sostenere il peso delle “forme” = HA CAPITO IL GIOCO, perché nella logica della follia ha preso coscienza della vera natura della realtà.
Il fu Mattia Pascal è un romanzo del 1904 in cui vengono esposti i classici motivo pirandelliani (“trappola” delle istituzioni sociali, critica dell’identità individuale, estraniarsi dal meccanismo sociale da parte di chi ha “capito il gioco”).
➢ Umorismo: è il primo esempio significativo dell’applicazione della poetica dell’umorismo poi teorizzata quattro anni più tardi (non a caso con la dedica “Alla buon’anima di Mattia Pascal bibliotecario”). Infatti, i fatti paradossali raccontati suscitano il riso ma anche la riflessione conseguente alla profonda sofferenza del protagonista imprigionato nelle “forme” da cui tanto aveva voluto fuggire = comico – tragico.
➢ L’impianto narrativo è anch’esso una grande novità, perché il romanzo è raccontato in prima persona dal protagonista in forma retrospettiva, come una sorta di memoriale, e perciò con un narratore dalla focalizzazione parziale, soggettiva e inaffidabile (->La coscienza di Zeno). Questo perché si è in un’epoca che ha visto crollare tutte le certezze, quindi il romanzo naturalistico non è più sufficiente. Mattia stesso ne è consapevole: in una prefazione “metanarattiva” il sé narratore scarta ironicamente tutti i modelli del racconto ottocentesco per poter meglio raccontare la sua storia.
Impossibilità di sfuggire alla “forma”: scappato dalle “trappole” della famiglia e del lavoro, il protagonista commette l’errore di crearsi una nuova identità, Adriano Meis, cioè un’altra costruzione artificiosa imposta dalla società. È il disagio tipico dei personaggi pirandelliani che non sono ancora pronti a uscire dalla “forma” perché la troppa libertà dà loro un senso di precarietà a cui non sono abituati e che li angoscia ancora più della vecchia vita. Eppure anche a quest’ultima è impossibile tornare, perché in assenza del marito presunto morto, sua moglie si è rifatta una vita. Allora Mattia diventa “il fu”, il “forestiere della vita ” distaccato dall’assurda commedia dell’esistere ma finalmente in pace, proprio perché ora sì che non esiste per nessuno.
Lo “strappo nel cielo di carta”…: per diventare completamente Adriano, Mattia si fa operare l’occhio strabico (= tentativo di uscire dalla “trappola” del corpo), dunque egli deve restare quaranta giorni al buio. Per intrattenerlo il padrone di casa Anselmo Paleari gli spiega la sua teoria: il buio in verità non esiste, siamo noi che ci convinciamo che sia tutto o buio o luce. La realtà è una nostra costruzione, una proiezione di comodo della nostra soggettività. Perciò se il cielo di carta che abbiamo costruito si strappasse, diventeremmo come Amleto, l’eroe tipico della modernità assillato da infiniti dubbi rispetto alla realtà stessa.
…e la “lanterninosofia”: a questo è collegata anche la bizzarra filosofia dei lanternini, simbolo delle illusioni create da noi stessi per illuminare le tenebre del non-io di cui abbiamo paura, visto che ci sembrano ignote. MA ci sono anche le costruzioni collettive, i “lanternoni” delle fedi, delle ideologie, dei sistemi di valori più tradizionali (Verità, Virtù, Bellezza, Onore) che ci danno ancora più sicurezza. E così quando essi, durante certe epoche storiche, si spengono gli uomini piombano nel caos. La morte spezza questa illusione, rivelando che siamo sempre rimasti immersi nel flusso vitale.
Uno, nessuno e centomila: nella pagina conclusiva del romanzo, il protagonista Vitangelo Moscarda giunge all’approdo estremo della parabola di Mattia Pascal: egli afferma deliberatamente di non voler più essere nessuno. Egli si abbandona pienamente al fluire della “vita” vivendo tutto fuori di sé e identificandosi di volta in volta nelle cose che lo circondano -> panismo del Meriggio, D’Annunzio.

La trilogia metateatrale
Pirandello critica le forme teatrali correnti e nel 1921 con “Sei personaggi in cerca di autore” esprime il suo rifiuto. Secondo lui è impossibile descrivere il dramma così come è nato nella mente dell’autore inoltre si rifiutò di descrivere il triangolo adulterino a causa del suo romanticismo. Pirandello mette quindi in evidenza l’impossibilità di scrivere ciò che nasce dalla sua mente sia per la mediocrità degli attori ma anche per l’incapacità del teatro di rendere sulla scena ciò che l’autore ha concepito. E questa sfiducia nel linguaggio del teatro si può notare in Pirandello fin dal 1908 nel saggio “illustratori, attori e traduttori”.
Due altri testi: “ciascuno a suo modo” (mette in rilievo conflitto tra attori e pubblico) e “questa sera si recita a soggetto” (conflitto tra attori e regista). Mentre nei sei personaggi si trova il conflitto tra personaggi e attori.
Enrico IV
Tragedia del 1922. In una villa solitaria nella campagna umbra vive rinchiuso da 20 anni un uomo che impazzito per una caduta dal cavallo. Quest’uomo è convinto di essere Enrico IV (parte che stava interpretando prima della caduta). Poi si introduce nella villa anche una donna (della quale era stato innamorato) con il suo amante e sua figlia Frida. Un dottore maschera Frida come se fosse la madre quando era giovane per provocare uno choc nel pazzo che lo riconduca alla ragione. Ma Enrico dimostra di essere già tornato sano da molti anni ma di essersi rinchiuso nella sua parte ma così facendo non ha vissuto e vorrebbe riappropriarsi del tempo perduto così voleva possedere la donna che non aveva potuto avere, Matilda, nonché Frida. Ma l’amante dell’anziana Matilda intervenne per difendere la fanciulla ed Enrico lo uccide con la spada e da quel momento fu costretto a chiudersi di nuovo nella sua pazzia.
Dramma è collegato al ciclo del teatro nel teatro perché anche qui si trova la recita in scena, quella di Enrico IV. La finzione dell’eroe è la prosecuzione della finzione che accomuna tutti gli uomini che si “mettono le maschere”. Enrico costringe gli altri a indossare maschere per assecondarlo.
Sentimento ambivalente nei confronti della maschera: da una parte la detesta perché lo porta ad allontanare la vita ma dall’altra la considera molto protettiva e come un rifugio sicuro.
Eroe estraniato dalla vita, ha paura di vivere, la maschera gli serve per affrontare ciò che non saprebbe affrontare senza.
Sei personaggi in cerca di autore
Gli spettatori entrano in sala e trovano il palcoscenico senza allestimento e senza attori. Entra un macchinista per inchiodare delle assi ma viene mandato via. Dopo entrano gli attori iniziano a parlare tra di loro e iniziano a provare ma poi sono bloccati da una discussione tra due attori perché uno trova ridicolo dover interpretare il suo personaggio. Già si può notare la rottura radicale con il teatro del realismo ottocentesco. Il sipario doveva separare attori da spettatori e invece in questo caso lo spettatore vede come gli attori provano normalmente una commedia. A questo punto appaiono sei figure mascherate dal fondo della sala e chiedono alla compagnia di poter rappresentare a teatro la loro storia dato che l’autore non poteva esprimerla come l’aveva concepita. Dopo l’iniziale sbalordimento, il capocomico accetta e inizia la rappresentazione e i sei personaggi a tratti rivivono tramite gli attori della compagnia la loro storia.
Vicenda: (antefatto) il padre ha scoperto che tra la moglie e il proprio segretario è nato un sentimento e spinge la moglie ad abbandonare lui e il figlio e a crearsi una nuova famiglia col segretario. Il padre negli anni successivi segue la crescita della nuova coppia dalla quale nascono tre figli e il padre si occupa in parte della crescita della figliastra -> Catone l’uticense da Purgatorio, Dante: lui lascia andare la moglie Marzia con l’amante, poi questi muore e quando lei gli chiede di tornare lui dice di sì.
A causa delle difficoltà economiche la madre rimasta vedova iniziò a occuparsi di un’apparente casa d’incontri, che era un bordello in cui la figliastra si prostituiva. Un giorno il padre non riconobbe la figliastra e stava per avere un rapporto con lei ma arrivò in tempo la madre per evitare l’atto incestuoso.
In seguito morì la figlia più piccola affogata in una vasca da bagno e muore anche il giovinetto che si spara un colpo di pistola. -> La coscienza di Zeno: dubbi sulle scelte “buone”: il padre ha fatto bene a lasciare andare la moglie col segretario?
Ma il vero soggetto dell’opera non è la storia dei sei personaggi bensì l’impossibilità di metterla in scena e di raccontarla. L’autore critica la lettura drammatica del tempo del testo. Il metateatro di Pirandello è il proseguimento dell’umorismo e del grottesco.
È impossibile rappresentare il dramma per due motivi:
1. Perché l’autore non ha intenzione di scrivere un dramma dei sei personaggi
2. Perché gli attori e il teatro non sarebbero in grado di rappresentare l’idea concepita dall’autore.
Tre temi cari alla filosofia pirandelliana:
1. Impossibilità di comunicare: ognuno di noi ha in sé una visione soggettiva che resta sconosciuta agli altri per cui non possiamo mai riconoscerci nella visione che gli altri hanno di noi. Quindi gli attori non sarebbero in grado di rappresentare in dramma così come lo sentono i sei personaggi.
2. Rapporto verità-finzione e inconsistenza della persona individuale: anche quella che riteniamo realtà è finzione, costruzione soggettiva della realtà. I personaggi sono quasi più reali degli uomini veri perché i viventi cambiano in continuazione.
3. Conflitto vita-forma: cioè conflitto tra la vita che si muove di continuo e la forma che la fissa, immutabile.
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