Ahi lasso! Or è stagion de doler tanto di Guittone d’Arezzo


L’avvenimento che ha ispirato la composizione della canzone è la sconfitta subita dai guelfi di Firenze nella battaglia di Montaperti, il 4 settembre 1260, ad opera dei ghibellini della città, in quell’occasione alleatisi con Siena e con gli altri centri ghibellini della Toscana ed appoggiati dai cavalieri tedeschi di re Manfredi di Svevia.
In seguito a quella disfatta, i guelfi furono cacciati da Firenze e da altri Comuni toscani, dando origine ad un lungo periodo di odi e rancori.
Dal componimento traspare tutto il dolore dell’autore per la sconfitta di Firenze. Un sentimento che cede poi il posto al sarcasmo nei confronti dei nuovi padroni della città e della Toscana. Guittone, probabilmente nel maggio 1261, quindi ad un anno di distanza dalla battaglia di Montaperti, scrisse questa canzone, primo esempio di poesia politica nella storia della nostra letteratura, per la forte emozione provocata dalla disfatta dei guelfi.
Guittone, pur esprimendo il suo dolore per la sconfitta dei guelfi e per la conseguente caduta di prestigio di Firenze, finita nelle mani di nuovi padroni, emette un giudizio di severa condanna per le lotte di fazione che dilaniano la città. Influenzato da una prospettiva chiaramente municipalistica, l’autore è ben consapevole del male che le lotte interne possono arrecare a tutti i cittadini.
La canzone è formata da sei stanze. Il tema della prima stanza è il rammarico (“Ahi lasso!”) dell’autore per l’ingiustizia che, nel presente, ha avuto la meglio sulla giustizia del passato, come dimostra la situazione politica determinatasi in Firenze. Nella seconda stanza, tale concetto viene ulteriormente approfondito: Firenze è regredita dalla grandezza di un tempo (prima della battaglia di Montaperti), quando addirittura era capace di emulare quella dell’antica Roma, alla servitù del presente. Nella quarta stanza viene fatto un lungo elenco di tutti i beni (terre, città, cose) perduti da Firenze dopo la sconfitta di Montaperti. Nella quinta stanza l’autore scaglia una violenta invettiva contro i Fiorentini che hanno lasciato al nemico (“li Alemanni”, cioè i Tedeschi) il possesso della città. Infine, nella sesta stanza, il poeta, con sarcasmo, manifesta il proprio disappunto per la miopia politica dimostrata dagli Italiani e dai Fiorentini in particolare.
Il componimento si conclude con un congedo in cui il poeta rivolge un amaro invito ai potenti d’Italia, sia del Settentrione sia del Meridione: che vengano ad osservare di persona come sono riusciti a rovinare Firenze.
La canzone è formata, per ciascuna strofa, da quindici versi, due settenari e tredici endecasillabi, disposti in uno schema a rime incrociate ABBA, CDDC, divisi in due piedi e sirima. Chiude un congedo di sette versi.
Lo stile della canzone, che può essere considerata una sorta di planctus (il genere poetico del compianto) per il contrasto tra il ricordo della grandezza passata di Firenze ed il dolore per la situazione presente, è caratterizzato da una combinazione di antitesi (passato/presente, giustizia/ingiustizia, onore/vergogna), raffinatezze formali (il gioco delle rime, le immagini araldiche del giglio e del leone) e metafore con esortazioni, esclamazioni e giudizi morali.
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