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Commento de: Guido Cavalcanti - Noi siàn le triste penne isbigottite


Innanzitutto, per capire questo testo occorre immaginarsi uno scrittoio del XIII secolo: vi sono le penne, le piccole forbici per tagliare la pergamena, il coltellino per appuntare le penne o raschiare via via le parole già scritte.
Nel componimento, il poeta dà vita a tali oggetti; essi hanno sofferto insieme al poeta mentre gli servivano per scrivere versi pieni di dolore ed ora si presentano alla donna amata, pieni di tristezza e di sbigottimento, per chiederle pietà.
Si tratta di una forma immaginativa molto gentile e ricca di leggiadria, grazie alla presenza dei diminutivi (cesoiuzze, coltellin), precisata dall’uso di aggettivi (triste, isbigottite, dolente) e dall’avverbio “dolorosamente”, lungo ed incisivo che richiama il “dolente” del verso precedente e che ci fa pensare ad una sofferenza silenziosa che si è prolungata nel tempo.
Questi oggetti spiegano il motivo che li ha spinti a recarsi in cospetto della donna amata: la mano del poeta che li utilizzava ha detto di provare presentimenti che, in lui, destano timore; il suo animo è turbato e non gli sono rimasti altro che sospiri, come se il dolore avesse consumato interamente la sua esistenza e quindi lo avesse avvicinato alla morte.
Nell’ultima terzina, gli oggetti dello scrittoio pregano intensamente (quanto possian più forte) la donna amata di tenerli presso di lei in modo che un po’ alla volta la pietà si rivolga a loro e di conseguenza al poeta.
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