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Tragico e comico


In letteratura esiste una distinzione, ereditata dal mondo classico, fra due ambiti: il tragico da una parte e il comico dall’altra. È una distinzione che riguarda gli argomenti, i personaggi e le parole stesse. Tragici, vale a dire elevati, sublimi, sono per esempio argomenti e parole legati al valore, alla guerra, alla riflessione, all’amore spirituale, e personaggi come divinità, eroi e nobili. comici, cioè bassi, quotidiani, sono per esempio argomenti e parole legati all’amore fisico, alle attività manuali, al corpo, e personaggi realistici come popolani.
La distinzione tra i due ambiti è rigorosissima nel mondo classico: ci sono generi letterari tragici e generi letterari comici, che non si possono mescolare. I generi tragici sono considerati più difficili e migliori. Nel Medioevo la situazione cambia: i generi letterari cominciano a fondersi e a contaminarsi tra loro e nella stessa opera possono convivere elementi – situazionali e linguistici – tragici e comici. Un buon esempio è la Divina Commedia di Dante Alighieri, che mescola angeli e diavoli, santi e peccatori e – a livello linguistico – parole elevate e parole basse (a volta addirittura “parolacce”).
Tuttavia il richiamo dell’eredità classica per la poesia, specialmente per la lirica, è così forte che fino all’inizio dell’Ottocento si tenderà comunque a trattare solo soggetti elevati e spirituali e si considererà impoetico affrontare argomenti comici (il corpo, il sesso, il cibo, …) e usare parole di registro basso o relative ad argomenti bassi.
Ancora più malvista sarà la contaminazione, vale a dire la mescolanza, di tragico e di comico nella stessa opera. Queste regole saranno definitivamente poste in discussione solo dal Romanticismo e in seguito saranno, almeno in parte, abbandonate.
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