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Il sonetto

Il nome “sonetto’ dal provenzale son (“melodia”, “suono”), sottolinea la stretta relazione fra parole e musica che caratterizza fin dalle sue origini questa forma metrica. La tradizione ne attribuisce l’invenzione, verso la metà del Duecento, a un poeta della Scuola Siciliana, Giacomo da Lentini, che avrebbe preso spunto dalla stanza di canzone. Si tratta dunque di una forma d’origine colta che dai poeti siciliani passò allo Stilnovo.
Il sonetto è composto da quattordici endecasillabi, suddivisi in due quartine e due terzine, che presentano delle rime fisse: per le quartine io schema è a rima alternata (ABAB ABAB) e, a partire dallo Stilnovo, anche incrociata (ABBA ABBA); per le terzine lo schema è a tre rime replicate (CDE-CDE), a tre rime invertite (CDE-EDC), a due rime replicate (CDC-CDC) e a due rime alternate (CDC-DCD). Un esempio di sonetto è le Rime di Dante Alighieri.

Considerato una forma metrica meno solenne rispetto alla canzone, il sonetto divenne con Francesco Petrarca (1304-1374) la forma più comune della lirica, ampiamente utilizzato soprattutto dai poeti del Cinquecento e Seicento, che vi apportarono numerose innovazioni formali. Nell’ottocento nuova vita gli conferisce la sperimentazione di Foscolo e nel Novecento quella di poeti come Saba, Caproni, Betocchi, Raboni.

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