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Dall’Umanesimo al Rinascimento



Alle soglie dell’età moderna, che viene convenzionalmente fatta coincidere con la scoperta dell’America (1492), si consuma il complesso passaggio dall’Umanesimo a quello che si è soliti designare come Rinascimento maturo, a cui corrisponde un rinnovamento del pensiero, delle arti e della società. Per questa nuova fase non è semplice indicare, invece, un preciso punto finale: esso può genericamente essere collocato nel ventennio che separa due eventi fondamentali della storia del Cinquecento, cioè il sacco di Roma ad opera dei lanzichenecchi (1527) e l’apertura del Concilio di Trento (1545). Il concetto di “rinascita” rispetto al Medioevo è già presente nel Cinquecento grazie al pittore e teorico Giorgio Vasari, e sarà poi ripreso sempre con intento polemico nei confronti della civiltà medioevale dagli illuministi. Bisognerà attendere il pieno Ottocento perché compaia la parola “Rinascimento” a designare l’avvento di un’epoca di «ritorno alla vita» dopo i secoli oscuri del fanatismo e della superstizione, come scrisse lo storico svizzero Jacob Burckhardt . Oggi tale prospettiva è stata ampiamente rivista e si tende a considerare il Rinascimento come il risultato di una lunga fase di transizione e di preparazione del nuovo già avviata almeno dall’Umanesimo.
Il trapasso dall’Umanesimo al Rinascimento avviene sotto la spinta dei grandi rivolgimenti, delle straordinarie scoperte e delle insanabili fratture che caratterizzarono il Cinquecento. I viaggi e le esplorazioni svelano l’esistenza, al di là del mare, di un mondo “altro” da quello conosciuto; la Riforma e la reazione della Chiesa di Roma producono la frammentazione del continente europeo, moltiplicando, anche all’interno degli orizzonti domestici, il numero degli “altri”. Il confronto con il diverso (i nuovi popoli, le altre culture, i credenti di altre fedi) diventa inevitabile: può assumere i caratteri dello scontro, ma può anche trasformarsi in veicolo di conoscenza di se stessi. Tutto questo, insieme alle profonde trasformazioni scientifiche ed economiche, inducono una vera “rivoluzione antropologica”, che diffonde una nuova visione del mondo. Il culto umanistico della ragione si scontra con la nuova consapevolezza della relatività dei valori, la centralità dell’uomo nell’universo è sottoposta a verifica ed entra in crisi il rapporto tra i modelli ideali – della cultura, della società e dell’uomo – e la realtà concreta
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