Il Rinascimento occupa i primi tre decenni del 1500. I principi dell'Umanesimo giungono a maturazione nel Rinascimento che avrà la consapevolezza storiografica, cioè l'impossibilità di far rivivere l'antico mondo latino. Nel Rinascimento scompare l'allegoria e lo spiritualismo e si afferma una letteratura materialista con una visione naturalista. In questo periodo ci sono 2 tendenze: quella realistica o oggettiva (che non evade verso la trascendenza e considera la storia un ambito umano) e quella idealizzante (che considera esteticamente bella la realtà, come Ludovico Ariosto). nel 1536 si scopre la poetica di Aristotele (grazie a Lorenzo Valla) che afferma 3 unità: tempo, luogo e azione che sopravviveranno fino al Romanticismo che prevede una poesia spontanea. La cultura del Rinascimento è elitaria, destinata cioè a poche persone mentre il volgare è per la coinè di artisti. Secondo Pietro Bembo la lingua subisce un processo evolutivo (come dice Platone), nel senso che raggiunge un apice e poi crolla e poi subisce un'evoluzione con Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa poiché la lingua deve essere il volgare della letteratura: questa ipotesi doveva avere un modello a cui seguire. Per Bembo la lingua deve essere aulica, curiale e cardinale; per Trissino, Castiglione e Geraldi Cinzio bisognava usare una lingua cortigiana basata cioè sui migliori apporti delle varie parlate regionali: qui non c'è un modello da seguire. Il problema della lingua implica il problema dell'imitazione, quindi per fare letteratura si imita l'optimum (Petrarca e Boccaccio), cioè il fiorentino. Ma il Rinascimento rispetta le regole teoriche per l'imitazione e le unità di tempo, luogo e azione di Aristotele.

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