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Gabriello Chiabrera (Savona 1552 – 1638)

Biografia: orfano del padre e risposata la madre, a nove anni fu mandato a Roma presso uno zio materno che ne curò l’educazione facendogli frequentare i corsi di retorica e filosofia presso il collegio dei gesuiti. Entrato presto al servizio del cardinal Cornaro, ministro delle finanze papali, in seguito a dissidi con un nobile romano, fu costretto ad abbandonare la città ed a rifugiarsi a Savona. Qui dimorò nell’ozio e si diede a leggere libri di poesia per sollazzo. Fra il 1579 e il 1581 fu coinvolto in una serie di risse, ferimenti e omicidi che lo costrinse nuovamente all’esilio. Tornato a Savona nel 1585, ricoprì qualche carica civile, andando però spesso come ospite gradito da prelati e principi genovesi, torinesi, mantovani, fiorentini e romani. Sul finire della sua vita si dedicò più stabilmente alla composizione e limatura delle sue numerosissime opere.

Le opere. Le Rime: Chiabrera attinge i suoi soggetti dai poeti greci ed ellenistici o dalla poesia francese del ‘500. Tratta di religione, d’encomi, di lutti, di amore e di conviti. Le sue poesie sono destinate alla musica: rifiuta dunque i metri classici per aderire alle strofe brevi delle odelette francesi.

Belle rose porporine: dal contenuto ellenizzante (la lode del sorriso malizioso di due labbra femminili, paragonato a quello della terra, del mare e del cielo nella stagione primaverile), fu attaccata da Croce per la genericità degli aggettivi ripetuti (belle rose, bei tesori, bei denti, bello sguardo, bel sorriso) e l’improprietà del lessico poetico (ministre degli amori, rose preziose, rose amorose).

Vendemmie di Parnaso: sono una fortunatissima raccolta di canzonette, di argomento prevalentemente conviviale.

Al signor Giovan Battista Pinelli (letterato genovese): è una graziosa fantasia bacchica del genere classico.
“Damigella / tutta bella, / versa, versa quel bel vino; / fa che cada / la rugiada, / distillata di rubino”.
“Ogni noia / vien che moia / annegata, quando io bevo”.
“Io m’appresto / a lasciar sei coppe vote. / Se di mia diva io soglio / nel cordoglio / sempre dir si suo bel vanto; / maggiormente / al presente / n’ho da dir, che rido e canto”.
“Viva rosa / rugiadosa / di costei la guancia infiora”.

Vita di Gabriello Chiabrera scritta da lui medesimo: è un breve consuntivo, steso in terza persona, di una esistenza sostanzialmente priva di fatti eclatanti, ma vivace e ricca di soddisfazioni e onori letterari. Il tono è autocommemorativo ed eroico, e lo stile è percorso da un ritmo malinconico.

Gli inizi: il poeta ultraottantenne vi sintetizza gli anni turbolenti della sua gioventù, segnati da vari trasferimenti a causa di lutti familiari, e la serena vecchiaia. E’ vivissimo il ricordo della Roma tardo-umanistica, splendida ed irriverente, che lo ospitò giovanissimo. Si tratta comunque generalmente della “vita di un comune cittadino”.

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