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Pietro Bembo: Un modello di lingua letteraria


Agli inizi del Cinquecento si ripropone l’urgenza di una riflessione linguistica centrata non tanto sulla lingua parlata, quanto sulla necessità di trovare una lingua volgare stabile e comune per i prodotti letterari. L’urgenza era giustificata dall’esistenza di gruppi di intellettuali che, pur riconoscendosi in un’identità culturale comune, provenivano da realtà geografiche e linguistiche diverse e che, per effetto del sistema signorile, erano in continuo spostamento di corte in corte. Come trovare una lingua scritta che potesse garantire la circolazione delle opere oltre i confini ristretti dell’area geografica in cui si operava? Inizia così a prendere forza la proposta di una lingua unitaria modellata sui testi letterari: i primi grammatici italiani ricavano dunque le regole grammaticali dalle opere degli scrittori trecenteschi. Su questa linea si colloca la riflessione linguistica dell’umanista veneziano Pietro Bembo. Nato a Venezia nel 1470, Bembo è attivo in diverse corti italiane come Ferrara, Urbino e Roma, ma resta in qualche modo sempre legato alla città natale, dove dà alle stampe tutte le sue opere maggiori. Nel 1505 esce a Venezia la sua opera di esordio nella letteratura volgare: Gli Asolani, un dialogo in tre libri, in cui si prospetta una concezione dell’amore come tensione al bene, al bello e al vero, di stampo neoplatonico. Sempre a Venezia Bembo pubblica, nel 1525, il fondamentale dialogo sulla lingua, le Prose della volgar lingua. Intanto, nel 1522 prende gli ordini religiosi, incarnando lo stato, tipicamente umanistico, del “chierico” intellettuale. Nel 1539, divenuto cardinale, si trasferisce a Roma, dove resta fino alla morte, avvenuta nel 1547. Cinque anni dopo l’uscita delle Prose lo stesso Bembo pubblica le Rime che diventano opera di riferimento per la fondazione del petrarchismo lirico cinquecentesco. L’anno di edizione delle Prose della volgar lingua, il 1525, può essere considerato la data di “nascita” dell’italiano letterario come lingua unitaria. Da questo momento l’italiano scritto e letterario sarà caratterizzato, rispetto alle altre lingue europee, da una forte continuità tra antico e moderno, dovuta alla maggiore stabilità della lingua scritta rispetto a quella parlata. Fino al Novecento questa lingua scritta, controllata e stabile, subirà cambiamenti minimi e risulterà ben distinta da quella dell’uso colloquiale.
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