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L’elogio della taverna



La vicenda rappresentata nella Cortigiana (commedia pubblicata nel 1525 e una seconda volta, rivista, nel 1535) si incentra su una duplice beffa: quella subita da Messer Maco, un aspirante cortigiano giunto a Roma e caduto vittima di maestro Andrea, che lo sottopone ad angherie di ogni tipo; e quella di Parabolano, giovane signore napoletano innamorato di una donna romana di nome Laura, beffato dal proprio servo, che gli scambia la nobildonna con una fornaia e lo espone all’ira del marito geloso di quest’ultima. Intorno a queste due trame principali si susseguono in gran numero episodi che appaiono occasionali, talvolta inseriti per semplice divertimento, talvolta legati all’osservazione della realtà cittadina. È il caso di questa specie di elogio della taverna affidato alle parole del servo Cappa, che apre l’atto II.

La strategia comica

Intorno alle due beffe, che ne costituiscono la trama centrale, la commedia vive della vivace rappresentazione della Roma del tempo, dei suoi abitanti, dei cortigiani che la popolavano, ma anche dei luoghi e delle abitudini della città. Contemporaneamente, questa proliferazione dei quadri periferici rivela una tendenza dell’autore a privilegiare gli aspetti dell’invenzione e del divertimento per riuscire gradito al suo pubblico, anche a costo di intaccare l’ordine strutturale della composizione. Nel Prologo della Cortigiana, del resto, Aretino aveva annunciato la sua posizione al riguardo, dichiarando che «lo stil comico non s’osserva con l’ordine che si richiede...». A garantire l’effetto comico è naturalmente il tono dell’elogio delle virtù della taverna, inaugurato dall’equivalenza tra taverna e paradiso, e condotto con il ricorso a un lessico del tutto conseguente: la taverna è miracolosa e santa, dagli spiedi esce una «divina musica» che porge consolazione all’anima.
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