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Leopardi - La teoria del vago e la teoria del piacere

Leopardi stava individuando un bagaglio lessicale di parole poetiche per natura perché troppo varie e indefinite. La poetica del vago e dell’indefinito nacque da una profonda ricerca del poeta recanatese, densamente documentata nelle pagine dello Zibaldone. Siccome la ragione impoetica è precisa, definita e chiara, allora saranno molto poetiche tutte quelle parole vaghe, oscure, indefinite e sfumate. Nello Zibaldone Leopardi annotò alcune parole poetiche come per esempio “lontano”, “antico”, “simile”… La poetica del vago e dell’indefinito è un tentativo di fuga dalla ragione, che con la sua rigorosità vuole spiegare tutto e uccidere la poesia. In questo aspetto Leopardi è profondamente romantico, senza aver avuto contatti diretti con le fonti del genere. Anche il ricordo è poetico per Leopardi. Ciò che si colloca in un ricordo lontano infatti sfugge alla ragione che tutto divora, tutto spiega e tutto definisce.

Importante fu la cosiddetta teoria del piacere che apparve nel 1820 sulle pagine dello Zibaldone. Secondo questa teoria l’uomo non potrà mai essere felice perché è sua caratteristica sognare un piacere infinito. Siccome i piaceri a un certo punto finiscono, allora l’uomo è destinato a essere sempre deluso e inappagato. L’infinito descrive un’alternanza di sensazioni concrete. Questo è un aspetto che Leopardi riprendeva dalla corrente settecentesca del sensismo. Non molti anni prima. Leopardi si era tuffato nello studio dei classici, traducendo i poeti greci Mosco e Teocrito. Da questi due poeti antichi Leopardi assimilò la struttura dell’idillio e lo elaborò. Egli amava il tono lirico dell’idillio, che è una forma di poesia pura in cui si esalta la dimensione personale. A Leopardi non sfuggì la centralità dell’elemento naturale, che è imprescindibile nella poesia classica antica.

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