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Leopardi - Vita e Scritti principali


Nella prima metà dell’ ‘800 si sviluppò in tutta Europa una grande corrente artistica e culturale, che prese il nome di Romanticismo. Il Romanticismo esaltava il sentimento, la fantasia e il mistero.
Il termine “Romantic” apparve per la prima volta in Inghilterra verso la metà del 17° secolo.

Le idee romantiche si diffusero molto velocemente anche in Italia e il rappresentante ufficiale del Romanticismo italiano fu Giovanni Berchet, autore della “Lettera semiseria di Grisostomo al figlio” che ne fu il manifesto.
I temi principali del Romanticismo furono: l’amore, il sentimento umano, la religiosità, il rapporto con la natura e il senso di patria. I generi letterari più importanti del Romanticismo furono: la lirica e il romanzo storico.
Uno degli autori più importanti dell’ ‘800 italiano fu Giacomo Leopardi.

Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati.
L’atmosfera di casa Leopardi non era felice, infatti il padre severo esigeva il rispetto di regole severe, invece la madre religiosa in modo ossessivo era povera di affetti. Questa durezza condizionò l’adolescenza del figlio.
Tra il 1809 e il 1816, si svolsero quei sette anni di studio matto e disperatissimo che gli conferirono una vasta cultura, ma che indebolirono la sua salute fisica. Dedicandosi giorno e notte allo studio e alla scrittura imparò: il latino, il greco, l’ebraico, l’inglese, lo spagnolo, e compose tantissime opere.
Nel 1819 progettò di fuggire, ma il suo patetico tentativo di fuga fu bloccato dal padre. Nel 1922 fu ospitato da uno zio materno a Roma, però deluso dalla mondanità dei salotti romani ritornò a Recanati nel maggio 1823.
A partire dal 1825 visse a lungo lontano da Recanati, soggiornò a Milano, Bologna, Firenze, Pisa e infine, privo dei mezzi per poter vivere lontano dalla famiglia, fu costretto a tornare nella casa paterna.
Nel 1830 lasciò il paese natale, che non avrebbe rivisto mai più, e andò a Firenze dove strinse amicizia con un napoletano, Antonio Ranieri.
Nel 1833 si trasferì a Napoli, dove poi morì a 39 anni nel 1837.

Opere


Le sue opere più importanti furono:
•“Lo Zibaldone”, una raccolta di pensieri sulla vita, sul mondo e sulla filosofia, composta tra il 1817 e il 1832;
•“Operette Morali”, ventiquattro prose che raccontano la condizione umana, la morte, il destino e la vana ricerca della felicità;
•“I Canti”, che comprende due importanti gruppi di liriche: “I Piccoli Idilli” e “I Grandi Idilli”; nei “Piccoli Idilli” (L’infinito, Alla luna, La sera del dì di festa) il poeta esprime i sentimenti più intimi, invece nei “Grandi Idilli” (A Silvia, Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, Il passero solitario, Canto di un pastore errante dell’Asia) il poeta lascia spazio a una più pacata riflessione.
Tutta l’opera leopardiana è pervasa da una concezione pessimistica della vita, infatti l’uomo, secondo Leopardi, viveva in una condizione di infelicità e dolore che gli procurava inquietudine ed angoscia.

L’Infinito


L’Infinito” fa parte dei “Piccoli Idilli”. Leopardi prese spunto dal ricordo di un luogo a lui familiare, il monte TABOR, per riflettere sul significato dell’infinito.
Sulla cima del monte, una siepe impediva al suo sguardo di spingersi lontano; ma quello che era un ostacolo alla vista dei suoi occhi, divenne uno stimolo alla sua immaginazione. Così si ritrovava a immaginare spazi sconfinati e infiniti silenzi. Ma l’improvviso stormire del vento tra le fronde lo riportava alla realtà e gli suggeriva l’idea dell’eternità e del tempo infinito.
La suggestione era così intensa che il poeta si immergeva in quella dimensione senza tempo, provando un senso di piacevole abbandono.

A Silvia


Questa lirica è una delle sue poesie più note. Fu dedicata alla giovinezza non vissuta e all’amore; il poeta si ispirò probabilmente a Silvia, una giovane che abitava davanti casa sua ed era la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta per tubercolosi nel mezzo della sua giovinezza.
In questa lirica, Leopardi domandò a Silvia se ricordava la sua vita, quando la bellezza splendeva nei suoi occhi allegri e timidi mentre si apprestava a diventare più grande.
Di solito Silvia, per trascorrere il giorno, lavorava al telaio, cantava e pensava al suo futuro, felice di quell’attesa piena di speranze.
A volte Leopardi, lasciando gli studi, dai balconi della casa paterna, sentiva il canto di Silvia e il rumore della sua mano che si muoveva veloce sulla tela.
Il poeta ammirava il cielo sereno, le viuzze illuminate dal sole, gli orti, da una parte il Mar Adriatico e dall’altra gli Appennini. Non esistevano parole umane per esprimere i sentimenti che stava provando. Prima la vita e il destino gli apparivano molto belli, invece in quel momento, quando ricordava la speranza, un sentimento doloroso lo opprimeva e pensava alla sua sfortuna. Il poeta domandò alla natura perché non manteneva le sue promesse fatte nella giovinezza e perché ingannava i suoi figli. Prima che l’inverno iniziasse, Silvia morì di una malattia nascosta senza vedere il fior dei suoi anni, senza ricevere dalle compagne le lusinghe per i suoi lunghi capelli neri e per il suo sguardo, e senza parlare con le amiche degli amori. Anche la speranza di Leopardi morì dopo la morte della fanciulla, e il destino negò la giovinezza alla sua vita passata molto velocemente.
Il poeta si domandò se era quello il mondo che si aspettava; se erano quelli gli affetti, le opere e gli eventi di cui tanto aveva discusso; e se era quella la sorte degli esseri umani. Infatti la sua povera speranza crollò all’appassire della verità. E Silvia, da lontano, indicava con la mano una tomba spoglia e la fredda morte.

Il passero solitario


Questa poesia fu scelta per la somiglianza tra la condizione di un passero solitario e quella del poeta escluso per le sue condizioni di salute.
Sulla vetta del campanile della chiesa di Sant’Agostino, un passero solitario andava verso la campagna cantando fino al tramonto del giorno e l’armonia si diffondeva in tutta la valle. Tutt’intorno la primavera rendeva l’aria limpida.
Il poeta udiva greggi belare e muggire, tutti gli uccelli contenti e spensierati facevano tanti giri nell’aria per festeggiare l’arrivo della primavera, invece un passero stava in disparte ed evitava i divertimenti, i compagni e l’allegria, cantava soltanto e trapassava la primavera e la sua giovinezza.
Quel passero solitario assomigliava al poeta, isolato ed estraneo anche lui alla sua famiglia.
In quel giorno che ormai stava finendo, sentiva il suono delle campane e gli spari dei fucili dei contadini in segno di festa. Tutta vestita a festa, la gioventù molto allegra lasciava le loro case e andava per le vie del paese.
Invece il poeta stava solitario nella sua campagna e uscendo lo colpì il sole, che tra le lontane montagne, tramontava. Ogni desiderio del passero solitario era istintivo e quindi non avrebbe pianto la sua esistenza e il suo modo di vivere. Il poeta si domandò se non avrebbe ottenuto di evitare la vecchiaia quando i suoi occhi non avrebbero potuto più comunicare e il mondo sarebbe stato a loro vuoto , il futuro più noioso e buio; e si domandò anche come avrebbe potuto giudicare la sua solitudine. Il poeta concluse questo Idillio dicendo che si sarebbe pentito della sua giovinezza non vissuta.
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