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Giacomo Leopardi è uno dei maggiori poeti dell'Ottocento europeo. Nato nel 1798 all'interno di una famiglia della piccola nobiltà di Recanati, allora sotto lo Stato pontificio, ebbe un'educazione severa e priva di affetto. A causa della salute cagionevole , ebbe un'adolescenza solitaria, trascorsa nella fornitissima biblioteca paterna. Lo studio, "matto e disperatissimo" , gli permise di formarsi una vasta cultura classica. L'amicizia con Pietro Giordani, un intellettuale di idee democratiche e liberali conosciuto nel 1817, gli rese sempre meno sopportabile il gretto e chiuso ambiente recanatese, spingendolo al suo primo , non riuscito , tentativo di fuga (nel 1819).
Un viaggio compiuto a Roma nel 1822 divenne motivo di un'ulteriore delusione della quale scaturì il pessimismo "cosmico" del poeta: egli vedeva nella vita - finalizzata esclusivamente alla morte - e nella Natura - insensibile matrigna
delle proprie creature - la fonte di ogni sofferenza umana. A partire dal 1824 egli scrisse le Operette morali che, sotto forma di dialogo , riproponevano le sue meditazioni su questi temi. Dopo aver viaggiato tra Milano, Bologna, e Firenze, approdò a Pisa nel 1828, ma l'aggravarsi delle due condizioni di salute lo costrinse ben presto a rientrare a Recanati. A

questo periodo appartengono alcune delle sue più importanti composizioni (Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia), note anche come Grandi idilli. Nel 1831
riuscì a pubblicare le sue liriche riunite sotto il titolo di Canti.
Stabilitosi a Napoli nel 1834, compose altri scritti, tra cui il suo testamento spirituale (La ginestra) attraverso il quale lanciava all'umanità un'estrema invocazione alla fratellanza e alla solidarietà. Il 14 giugno 1837 un attacco
d'asma più violento del solito spegneva per sempre la breve e travagliata esistenza del poeta. Tutta la profondità del pensiero di Leopardi è racchiusa nei suoi componimenti poetici, che egli considerò unico conforto al dolore
dell'esistenza: non soltanto dolenti effusioni delle sue personali sofferenze, ma voci di valore universale proprie dell'intero genere umano; perennemente portatrici degli interrogativi esistenziali che ogni uomo si pone , sempre e
ovunque , sul senso della vita e della morte . Il pessimismo da cui scaturiscono non è mai una resa, bensì un punto di partenza per scoprire la grandezza e la dignità dell'uomo che coraggiosamente accetta il destino che gli è stato dato in sorte. Vissuto in pieno Romanticismo Leopardi non vi si riconobbe e coltivò una poetica del tutto diverso e personale.


Il passero solitario - Giacomo Leopardi

La lirica è imperniata sul parallelismo tra la vita del passero solitario, che per sua natura se ne sta in disparte, isolato dalle festose gazzarre degli altri uccelli nel cielo di primavera, e la vita del poeta, ugualmente solitaria,
escluso (per scelta) dalla gioia di vivere che anima tutta la gioventù del borgo. Il paesaggio esterno, con le sue presenze visive e sonore, diventa paesaggio interiore dell'anima: nel tramonto del sole si riflette il tramonto
della vita mentre quasi insostenibile si fa il rimpianto delle lontane speranze puntualmente deluse dall'ingrato destino.
Con tono commosso, alieno da ogni enfasi retorica, il poeta Leopardi riflette sulla sua condizione , paragonando la sua gioventù e le sue abitudini a quelle di un passero solitario. Strutturalmente possiamo dire che il componimento si
sviluppa in tre parti, corrispondenti alle tre strofe della canzone , legate da significativi parallelismi. Nella prima strofa il passero è il protagonista, al cui canto armonioso fa riscontro lo splendore della primavera, descritta dal
poeta con pochi tocchi di incomparabile suggestione. La solitudine del piccolo volatile rimanda, per antitesi, alle immagini liete degli altri animali, la cui spensieratezza è sottolineata dai mille voli degli uccelli che così festeggiano la giovinezza, primavera della vita.


D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,

Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede la sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra
. Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni nostra vaghezza
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentiromi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

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